No. 212 - Necropolis

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IL COMMENTO DI TRINITY

UL’ennesimo Dylan Dog coi fiocchi quello di questo mese, invariabilmente firmato Paola Barbato, qui coadiuvata dal talento del grande Giovanni Freghieri.
Necropolis è sicuramente un albo di grande qualità che non può che mettere d’accordo sulla straordinaria capacità dell’autrice di mettere in scena temi attuali e problematiche sociali, senza perdere il fascino dell’avventura e del mistero. Lo stile e l’originalità della Barbato le permettono di affrontare gli orrori della realtà senza scadere nel patetico e nei luoghi comuni.
A causa di un malore Dylan viene portato in ospedale e lì scambiato per un pericoloso criminale. Si ritrova improvvisamente in un incubo chiamato Necropolis, un luogo indefinito che assomiglia più ad una leggenda metropolitana che ad un posto reale, dove i detenuti sono individui colpevoli dei più efferati delitti.
Tutto a Necropolis è pianificato con precisione maniacale: niente viene lasciato al caso e ogni minima infrazione alle regole viene severamente punita. Dylan cercherà di scappare provocando un black out e una rivolta che però gli si ritorcerà contro, fino a quando, salvatori misteriosi e senza volto, non lo tireranno fuori.
Il tema di fondo è molto semplice: un sistema oppressivo, di controllo totale, snatura l’individuo e lo nega (nessuno a Necropolis ha un nome: è solo un numero). Ma lo stesso sistema orwelliano, applicato a criminali recidivi e pericolosi, funzione e impedisce loro di commettere altri orrori, proprio perché gli impedisce di agire liberamente. Quando il nostro eroe provoca il black out, è l’anarchia totale e gli assassini ritornano ai loro istinti omicidi, fino a quel momento artificialmente repressi.
Necropolis è un esperimento di cui Dylan Dog è l’involontario collaudatore. E la domanda che pone resta senza risposta: chi sono i veri criminali? I serial killer o gli uomini senza volto che li trattano come cavie di laboratorio?
Al lettore l’ardua sentenza.
Voto: 8.5
Trinity


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