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" Là ci darem la mano, là mi dirai di sì.
vedi, non è lontano; partiam, ben mio, da qui.
Vorrei e non vorrei; mi trema un poco il cor.
Felice, è ver, sarei, ma può burlarmi ancor.
Vieni, mio bel diletto! "
Dopo Guarda che luna, Vanna Vinci torna a disegnare una storia di Giovanni Mattioli per la casa giapponese Kodansha. Questa volta il mondo fantasioso dei due autori si sposta da Bologna a Venezia e Roma, dal mistero affascinante dell'alchimia alle leggende dell'incantevole città lagunare, alle pietre ricche di storia della capitale.
Protagonista delle vicende è, ancora una volta, una giovane donna, studentessa universitaria.
Per chi giunge a Venezia in treno, il momento in cui esce sul piazzale della stazione e per la prima volta vede il Canal Grande, con il traffico di vaporetti e gondole sullo sfondo colorato delle case, è sicuramente magico. E non è più possibile cancellare la sensazione di essere entrati in un mondo parallelo, senza tempo. Proprio la prima scena di Una casa a Venezia apre al lettore la porta magica di Venezia: Fondamenta S. Lucia, il Ponte degli Scalzi, la chiesa di S. Simeone Piccolo e le prime misteriosissime calli. Il punto di vista è quello di Rosa Brundo, una giovane appena scesa dal treno. Si addentra nel dedalo di vie e ponticelli, con aria sognante, fino a che giunge all'appuntamento con un agente immobiliare, il quale le mostra l'appartamento affittato. L'immobile cui questo appartiene è particolarmente decadente e soprattutto è vuoto, a parte un gatto nero un po' diffidente e un padrone di casa sempre in viaggio. All'interno dell'edificio c'è un giardino ormai incolto, sempre chiuso, nel quale non entra mai nessuno.
Tornata a casa dopo il primo giorno di lezione all'università, Rosa trova il cancello del giardino aperto, per caso, quasi fosse predestinata ad entrarvi. Il giorno seguente, poi, attratta dall'aura di mistero che si annida tra le stanze e dietro le porte della casa, Rosa scopre una sala in cui sono ammassati vecchi specchi, alcuni crepati, coperti con delle stoffe. Nel medesimo istante avviene il primo incontro con il gatto nero, inquieto e diffidente come tutti i felini. Una terza volta si reca Rosa nel giardino, per scoprirvi una tomba grande e inquietante: "Qui giace Lorenzo Caliari. All'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?", sulla quale decide di deporre un mazzo di rose.
Nei giorni seguenti Rosa incontra, finalmente, il padrone di casa, un giovane uomo alto, snello, dai capelli bianchi e dalle mani gelide. Il suo nome è Lorenzo Caliari. Rosa ne è naturalmente attratta, restando così presa tra due fuochi: il misterioso Lorenzo ed il gentile Marco, compagno di università. A determinare una svolta nella vicenda è l'ennesima visita di Rosa alla tomba: ne trova la lastra spostata. La paura s'impadronisce della ragazza che prima si trasferisce a casa di Marco, poi accetta un lavoro di due settimane a Roma, dove però avvengono incontri inattesi...
Quello che apprezzo nelle opere di Vanna Vinci è il sapore che la lettura lascia una volta girata l'ultima pagina. Un sapore di magia. Il suo tratto è speciale: se vi è capitato di incontrarla in una fiera, se le avete chiesto di disegnarvi magari proprio Rosa...avrete senz'altro apprezzato la semplicità e la rapidità con cui dà vita ai suoi personaggi! Pochi segni per raccontare una storia. E questa storia è sempre ambientata perfettamente. Vanna Vinci riesce a carpire i segreti della città prescelta e ad esprimerli nel modo migliore, attraverso scorci famosi come anche ritraendone gli angoli nascosti, che nemmeno chi vi è nato ha mai notato.
(letto da Lindale)
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