A beautiful mind

Recensito da: Emanuele di Nicola

Questo pluripremiato, osannato e contestato re americano del 2002 francamente me lo aspettavo peggio. Invece il film c'è; non è perfetto, risente di alcuni difetti, ma comunque si marchia nella mente dello spettatore. Questo rappresenta già un punto a suo favore.
I difetti più evidenti sono alcuni passaggi troppo espliciti, oltre alla smielata finale: quando Nash, illustre matematico di cui la pellicola ripercorre la storia, ritira finalmente il premio Nobel, non riesce a fare a meno di ringraziare la moglie. Le nostre povere orecchie sono quindi costrette ad ascoltare un pistolotto sull'amore coniugale di cui avremmo davvero fatto a meno: in effetti è lanciato nel mezzo per cercare la lacrimuccia (espediente piuttosto irritante ed americanoide), in quanto non si rivela in alcun modo funzionale alla narrazione.
La fase centrale del film analizza il processo mentale di Nash, che da una sottile inquietudine sempre più radicata lo trascina verso la schizofrenia allo stato puro. Shyamalan dovrebbe reclamare i diritti d'autore per il rovesciamento operato a metà pellicola, quasi un copia-incolla da "Il sesto senso": ma d'altronde, quando un film americano vanta un discreto successo, viene contemporaneamente condannato ad essere ripreso in tutte le salse. La sceneggiatura in alcune occasioni vanta dei notevoli guizzi, ma in generale mostra la discutibile tendenza a spiegare tutto per filo e per segno; era molto meglio lasciare la platea in bilico sull'asse fra realtà e immaginazione. Poi iniziano i meriti di Ron Howard, che in gioventù è stato il Richie Cunnningham di "Happy Days": la parte in cui Nash lotta contro i suoi fantasmi è lunga ed azzeccata, capace di confezionare una certa tensione per poi mantenerla alta in una successione di scene. La macchina da presa acquista addirittura i ritmi di un thriller, che culmina nella scena del bagnetto al neonato.
Le capacità del regista, già autore di "Apollo 13", non sono assolutamente in discussione. Si considerino alcuni tocchi di classe: nelle sequenze iniziali i riflessi solari screziano il bordo di un bicchere, fino a confondersi nel delirio visivo di una cravatta colorata. Oppure Nash, che vede/non vede i suoi demoni e tenta di penetrare la sua stessa mente... Russel Crowe per l'occasione si ricorda di essere un attore, confezionando una prova impacciata e geniale; regge alla grande tutta l'opera e torna a convincermi come ai tempi di "Insider" di Michael Mann, dopo la brutta parentesi de "Il gladiatore". Jennifer Connolly si rivela piuttosto anonima per tutta la durata del film, tranne un paio di frasi ad effetto che sono state sufficienti a farle vincere l'Oscar come miglior attrice non protagonista.
Il film del 2002, che ha sbancato in quel di Hollywood, si rivela una pellicola tradizionale; forse che il cinema americano, stanco dei suoi stessi sfarzi, abbia deciso di ripiegare sul classico? La vita di una celebrità instabile e schizzata, fin dai tempi dell'inarrivabile "Amadeus" di Milos Forman, è stata riproposta praticamente in successione. Nella visione del film di Howard non riesco quindi a scovare nessun elemento realmente nuovo, risolutivo; niente che faccia sospettare la pioggia di decorazioni di cui è stato ricoperto (4 premi Oscar, miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura e miglior attrice non protagonista). D'altronde, in tempi di fame un piatto di minestra può apparire come un dono dal Cielo; alla carestia americana basta una pellicola onestamente godibile per assegnarle lo scettro della storia.
Voto: 6,5

Regia: Ron Howard.
Gli interpreti: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris, Christopher Plummerr, Paul Bettany, Judd Hirsch, Adam Goldberg, Josh Lucas, Anthony Rapp .
Origine: USA.
Durata: 136'
Anno: 2001