Ma Che Colpa Abbiamo Noi

Recensito da: Emanuele Di Nicola
Otto personaggi legati dalla terapia di gruppo, a seguito della morte della psicologa, entrano in autogestione. Alcuni finiscono bene, altri così così, altri decisamente peggio. Ma non importa: è il solito verdoniano pretesto per raccontare un mazzo di storie, dove lui si muove ovviamente come un protagonista assoluto (ed è inevitabilmente fidanzato con una bella ragazza). Il punto di partenza è passabile, con una scena iniziale folgorante (i personaggi in gruppo non si accorgono della morte della dottoressa!). In quell'istante preciso il film inizia e finisce: partono vicende stereotipate, senza nessuna impronta personale, né tantomeno uno stile di regia (che Verdone non ha mai avuto, ma d'altronde non gli si richiede). La sceneggiatura, punto di forza molte altre volte fra battute di varia risma, qui stimola appena il sorriso ogni venti minuti: la regia non sa scegliere fra il filone comico e quello malinconico, finendo per accartocciarsi su sé stesso. Ma che colpa abbiamo noi se Verdone continua a ripetersi da anni, ormai identico ed imbalsamato in un ruolo senza la capacità di rinnovarsi? Nessuna, anche se Margherita Buy è modesta come sempre, e troppo spesso viene scambiata per una grande attrice (qui è intrappolata nella sua figurina). Il finale in bilico fra realtà e sogno rischia di risvegliare l'interesse dello spettatore: ma presto tutto torna al suo posto, dove la realtà è un cinema italiano insipido e cervellotico, ed il sogno un regista modesto visto come l'improbabile erede di Alberto Sordi (!). La vera colpa del gallo Verdone è quella di starnazzare senza mai osare il decollo; ci viene qui inflitta una delle sue prove peggiori, dove la psicanalisi lancia una goffa pretesa autoriale. Invece è commerciale puro, nel senso deteriore del termine: pochi sussulti, addirittura i titoli di testa appaiono caratteri freddi e già visti.
Voto: 5

Recensito da: Luca Baroncini
Chissa' perche' ad ogni film di Carlo Verdone si parla sempre di "svolta matura" rispetto agli esordi, svilendo la comicita' di quel senso di "tragica realta'", interpretato con ironia piu' o meno sottile. Carlo Verdone, poi, ci ha abituati gia' da tempo ad unire una vena malinconica di fondo con i tempi leggeri della commedia e, in questo senso, "Ma che colpa abbiamo noi" non presenta davvero alcuna novita'. Come anche l'idea di imbastire un racconto corale, gia' ispiratrice nel 1988 di "Compagni di scuola", o di immergere i personaggi in un mondo di nevrosi e psicanalisi, come nel piu' riuscito "Maledetto il giorno che t'ho incontrato" del 1992. Sta di fatto che il nuovo film di Carlo Verdone si propone come una rimasticatura di cliche' e gag, alcune funzionanti, altre meno, con alla base un'idea brillante non sempre valorizzata da sceneggiatura e regia. Lo spunto del film, con i partecipanti ad una terapia di gruppo che si trovano ad assistere in diretta alla morte della loro psicologa, e' interessante e originale. Come anche il fatto di non dare per scontati i successivi passaggi narrativi che portano alla ricostituzione del gruppo in analisi. Cio' di cui si sente la mancanza e' una direzione personale da imprimere al racconto, in grado di affrancarsi dalla voglia di accontentare un po' tutti con scelte spesso scontate. A partire dai protagonisti, tutti ben caratterizzati, anche nel look, in modo da essere riconoscibili, ma al confine con la macchietta: l'insicuro vessato dal padre, la cacciatrice di uomini disillusa dalla vita, la nevrotica senza un uomo accanto, la bulimica, l'omosessuale, e cosi' via. Si percepisce il tentativo di non banalizzare le singole psicologie, ma un gruppo cosi' variegato e' gia' di per se' banale, una sorta di "Bignami" delle insicurezze che ci circondano. Gli interpreti sono a loro agio, ma prigionieri di personaggi che in qualche modo ingabbiano la loro espressivita' in atteggiamenti, mossettine, reazioni, perlopiu' codificate e quindi prevedibili. La regia non evita cadute di tono (la carrellata sui protagonisti affacciati ad un ponte, ognuno con una battuta in successione), momenti didascalici (la discussione tra padre e figlio riflessa dall'esito della gara automobilistica al computer) e sciatterie (l'incontro finale con moglie e figlia di Antonio Catania, ai limiti del filmino tra amici). Su tutto un'aria di mestizia, a partire dai funerei titoli di testa, condita da momenti spassosi (la "velina" compagna di Verdone, le fotografie scattate sul binario della ferrovia) che sembrano piu' nascere da esigenze produttive di alleggerire i toni che dal tessuto del racconto. Di tutto un po', insomma: in teoria come nella vita, in realta' come nella vita secondo un certo tipo di cinema che vuole tutto calibrato, prevedibile e consolatorio.

Regia: Carlo Verdone.
Gli interpreti: Carlo Verdone, Margherita Buy, Anita Caprioli, Raquel Suero, Antonio Catania, Stefano Pesce, Lucia Sardo.
Anno: 2002.
Durata: 120 min.
Paese: Italia.