Dolls

Recensito da: Valerio Sammarco
Dolls. Bambole. Marionette, come quelle del teatro bunraku, che si muovono, che si agitano lievemente (per mano altrui o, se vogliamo, del fato) nella speranza di salvare un tragico quanto oramai impossibile amore e muoiono senza redenzione.
Colori quasi irreali, musiche di sogno e bambole, bambole che camminano…
Takeshi Kitano sorprende nuovamente per poesia e dolcezza, rende il cinema qualcosa d’indimenticabile grazie ad immagini pittoriche in movimento, strabilianti per purezza, a silenzi quasi imbarazzanti, a suoni di meraviglia. E questa volta, a differenza de “L’estate di Kikujiro”, lo fa senza allontanare, tenendolo fuori campo, lo spettro del dolore e della morte ma anzi, se ne serve per accompagnarci lungo tutto il cammino del film, come la corda rossa che lega i due protagonisti, amanti sulle tracce del loro amore che rischiava di perdersi per sempre ma che, invece, resterà eterno, sospeso in equilibrio su un ramo, nel vuoto…
Tre storie, segnate dal peregrinare continuo, quasi mistico, di Matsumoto e la sua amata Sawako (priva di senno perché precedentemente da lui abbandonata) i quali con il loro passaggio danno vita, movimento, ai personaggi che sfiorano durante il cammino: Hiro e Nukui; il primo, un vecchio e triste yakuza, ricorda come, in passato, abbandonò l’amore per intraprendere la carriera e come la sua compagna, disperata, gli giurava attesa eterna, sulla stessa panchina, per tutti i sabati da lì a venire; ecco che decide, quindi, dopo molti anni, di raggiungere quella panchina…
L’altro, invece, è un giovane cieco, fan mai domo della celebre pop star Haruna, uscita dalle scene prematuramente in seguito ad un incidente stradale che le ha segnato per sempre il volto, e che ora contempla il mare evitando ogni contatto umano: solo il ragazzo, privatosi volontariamente della vista, le restituirà l’odore della vita, delle rose…
Kitano (anche sceneggiatore) ancora una volta “parla di sentimenti senza scadere nel sentimentalismo”, utilizza inquadrature eccezionali e rallenta, per enfatizzarli, alcuni momenti chiave; la fotografia, di Yanagishima, è memorabile e la bellezza dei paesaggi naturali (vi sono state attese di giorni e giorni per realizzare le scene nei boschi fioriti, proprio per ottenere colori che duravano solo qualche momento) rimarrà indelebile nel ricordo dello spettatore; le musiche di Joe Hisaishi forniscono il consueto, fondamentale traino alla successione delle immagini, riempiendo così il vuoto intenzionale dato da un film scarno di dialoghi, vertente in modo talmente alto, da risultarne quasi fastidioso, al contrasto di sfumature cromatiche di una nettezza inconfondibile (come il bianco totale delle montagne e dei sentieri innevati e il rosso dei ciliegi in fiore o delle pozze di sangue vivo…).
La violenza, stavolta, è resa con procedimenti ellittici, mostrandone solo gli effetti ma sgomenta proprio perché, utilizzando le stesse parole del regista, “(…)non sono le armi ad uccidere i protagonisti, ma il destino e le emozioni forti, come l'amore e il rimpianto. Le loro morti sono improvvise ed inaspettate, ed in questo senso Dolls è il più violento e crudele dei miei film.”
Avvalendosi di metafore visive di forte impatto (una farfalla ed una pallina rosa schiacciate da una macchina, il decadimento della bellezza espresso dalla caduta delle foglie…), Kitano sviluppa la sua idea di oppressione dell’inerme, vittima più che mai del destino e dello scorrere del tempo che ne determinano il vagare continuo, trascinandolo con corde più o meno visibili, illudendolo proprio come coloro che nel bunraku muovono le marionette illudono lo spettatore (e le marionette stesse) al raggiungimento di un lieto fine che non sarà mai dato, se non nell’attesa, eterna, su un ramo nel vuoto…
Da non perdere.

Recensito da: Emanuele Di Nicola
Come marionette nel teatro del bunkaru, così le figure umane nelle storie di Takeshi Kitano. Tre vicende d'amore andato a male, e proprio per questo rafforzato, suggellato, drammaticamente completo. Un uomo vede impazzire la sua amante, dopo averla abbandonata: è quindi costretto a fondersi con lei in osmosi, in una comunione officiata da una corda rossa che tiene insieme i due corpi. Un anziano yakuza (re)incontra la sua prima fiamma, che ogni sabato lo aspetta sulla panchina del parco, in una dimensione sovratemporale ed eternante. Il fan di una popstar decide di accecarsi, dopo che la stellina è stata sfigurata in un incidente stradale. Kitano rinuncia alla fisicità, nella poetica del tocco mancante: mai le figure amanti si baciano veramente, mai riescono a raggiungersi nel concreto. Di conseguenza, il regista sceglie per questa sua opera di non apparire, per una ragione semplice e lineare: lui è il burattinaio, manovratore dell'umana natura delle sue storie. Senza mai insinuare la sua presenza: semplicemente egli racconta, nascondendo lo sparo e suggerendo il colpo al cuore, quello che fa più male. Ma che stile: immagini di bellezza ineffabile incoronano il ciclo delle stagioni, attraversati come in una dimensione "altra" dai vagabondi erranti. Succedeva nello splendido "Hana-Bi": anche qui il colore è capace di innalzare l'opera in una dimensione artistica oltre la pellicola, come nella sintesi tra cinema e pittura. Il giallo della follia, il rosso della passione e della violenza: è la maestosa scenografia dove le umane marionette compiono il loro destino. In tutti e tre i casi, i protagonisti scoprono una nuova forma di sentimento, dolce ed inaspettata: ma non arrivano mai al sollievo dell'abbandonato, capaci di collocarsi in una dimensione statica. Sono condannati al continuo divenire: la Morte è in costante agguato, si annida dietro l'angolo. Una nuova dimensione dell'amore viene sfiorata per un attimo breve ed irripetibile. Poi scompare, perché si spegne insieme alla fiaccola dell'esistenza. Un sicario attende lo yakuza al termine del suo ultimo incontro sentimentale; l'uomo accecato è travolto da un'automobile; gli amanti, dopo l'ultima presa di coscienza, rimangono sospesi nel vuoto, lasciando intuire una pena senza fine. E' il cinema che tocca l'estremo: Kitano l'ha già raggiunto.
Voto: 9

Regia: Takeshi Kitano.
Gli interpreti: Miko Kanno (Sawako), Hidetoshi Nishijima (Matsumoto), Tatsuya Mihashi (Hiro) Chieko Matsubara (donna nel parco), Kyoko Fukada (Haruna), Tsutomu Tageshige (Nukui)
Durata: 113 min.
Origine: Giappone.
Anno: 2002.