El Alamein

Recensito da: Emanuele Di Nicola
Egitto, Ottobre 1942.
Il soldato Serra è un volontario universitario appena arrivato dall'Italia; le truppe sono inchiodate a sud del fronte, un centinaio di chilometri da Alessandria. Il giovane è convinto di trovare una vittoria imminente, ma vede solo anime che vagano nel deserto, afflitte da sete e dissenteria, condannate alla totale solitudine. Gli inglesi sono in agguato e la storica disfatta di El Alamein è alle porte.
Enzo Monteleone, ovvero: il cinema italiano che punta gli occhi verso Hollywood. Il regista, già sceneggiatore di Marrakech Express e Mediterraneo, si ripromette di comporre un partecipato omaggio verso uno degli episodi più significativi e dimenticati della Seconda Guerra Mondiale: in realtà lo rispolverò già Calvin Jackson Paget nel 1968, ne La battaglia di El Alamein. Ma quello, sostiene Monteleone in conferenza stampa, "è una sorta di spaghetti western trasferito nel deserto".
L'ispirazione dichiarata è invece La sottile linea rossa di Terrence Malick (1998), di cui El Alamein saccheggia la colonna sonora: cinema di guerra con introspezione psicologica, sullo sfondo di un'indiscutibile maestosità naturale. In questo film la sabbia è spettatrice della follia bellica, platea della lotta dell'uomo contro l'uomo: lo sfondo brullo e desolato attira a sé i protagonisti, tanto da arrivare ad assorbirli: in una delle prime scene il caporale, vittima di un bombardamento, diventa "polvere" trasfigurando la sua natura terrena in granelli di nulla. Non c'è niente di eroico tra queste dune: nel monologo più riuscito del film, dopo il primo attacco inglese, Serra si aggira fra i cadaveri: "Non sono eroi; i morti sono morti e basta. Sono morti e puzzano". L'attacco nichilista arriva fra capo e collo allo spettatore, illuminandolo come in un lampo. L'altro raggio di luce colpisce proprio nello strepito della battaglia; il soldato De Vita, ormai privo della ragione, si allontana tra i fumi della polvere da sparo. "De Vita, torna indietro!" urla ripetutamente il protagonista, fino a creare un metaforico e stordente latinismo. Qui si fermano le analogie con il cinema di Malick, ed il lavoro (s)cade in una trappola spielberghiana: le sequenze da combattimento non aggiungono né tolgono nulla alla storia, la telecamera rallentata non esce mai dalla narrazione di maniera. Quando speri che la chiusura della pellicola si riveli incisiva, ecco poi il colpo finale: l'ultima scena si rivela uno spudorato copia-incolla da Salvate il soldato Ryan. La produzione tenta di affrancarsi da retorica di guerra e patriottismo di facciata: per alcuni tratti vi riesce, salvo poi restare intrappolata nella stessa ragnatela. E' così che lo spettatore viene solleticato nei suoi bisogni più intimi, quando gli passano davanti dialoghi del tipo: (domanda) "Ma torneremo a casa?" (risposta) "Certo che torneremo". Nel momento di estrema desolazione, parte inesorabilmente la frase ad effetto: "Un giorno rimpiangeremo tutto questo"; ma non c'è niente di nuovo sotto il sole, l'abbiamo già sentito ne I Piccoli Maestri di Luchetti (per rimanere a casa nostra). Lì lo spunto veniva però motivato, fino a risultare realemente incisivo; qui vince la smania di seguire il ritmo americanoide, inserendo una sequenza forte o un'uscita lapidaria ampiamente calcolate a tavolino. Certi spunti retorici, che non riescono a districarsi nel labirinto del luogo comune, più che un pugno nello stomaco si rivelano un autentico mattone in testa allo spettatore.
Il cast in generale si disimpegna con classe; dal protagonista Paolo Briguglia fino a Luciano Scarpa, che non rinuncia comunque a sgranare i suoi occhioni da Un posto al sole. Divertente il cameo di Silvio Orlando, in un ruolo per lui assolutamente inconsueto. Thomas Trabacchi si esalta nella follia del suo personaggio; lo sguardo è vacuo, l'uomo è ormai divenuto sasso, come un corpo morto nella ripetizione ossessiva dello stesso gesto (ma immobile nell'animo). Le intenzioni lodevoli -come detto- ci sono, ma sciaguratamente rimangono tali: il cinema italiano si lancia in competizione con le colline di Hollywood, perdendo la sfida in partenza. Se l'accettazione passiva della sconfitta si coniuga allo scivolone negli abissi della retorica, la riesumazione di El Alamein, a sessant'anni dal fatto, rischia di apparire come un'infima operazione di necrofilia.
Voto: 5,5

Regia: Enzo Monteleone.
Gli interpreti: Silvio Orlando, Emilio Solfrizzi, Roberto Citran, Giuseppe Cederna, Thomas Trabacchi.
Anno: 2002.
Paese: Italia.