Gangs of New York
Recensito da: Mirko Bedognè
Quelli che ancora credono nell'obsoleta distinzione quantitativa tra la storia del nostro vecchio continente e quella del colosso americano farebbero bene a precipitarsi al cinema per vedere "Gangs of New York". L'ultimo film di Scorsese testimonia di un amore verso la storia a stelle e strisce capace di farci appassionare alla genesi di quello che, per molti, più che uno stato moderno, più che un mondo nuovo è un modo d'intendere la vita. L'America nasce dal sangue di chi ha combattuto anche per progetti assai lontani, nelle intenzioni, dai risultati finali. Nella feroce battaglia tra i Conigli morti e i Nativi, incipit del film, si afferma un denominatore comune capace di legare la nascita di una nazione con quella di mille altre; con la nascita della civiltà; con la nascita di una società civile che mai può dimenticare di chi sia figlia.
Il tema della violenza permea il film perché esso permea la vita umana, perché è attraverso l'espletazione di un istinto animale precipuo all' "essere Uomo" che si può affermare in seguito anche la ragione, come in una sorta di evoluzione da uno stato di barbarie ad uno di valori universalmente riconoscibili: l'unico problema è che ogni giorno, secondo questa logica, si è meno barbari di ieri, ma più di domani.
In soldoni la storia del film racconta il percorso attraverso il quale Amsterdam Vallon giunge a vendicare la morte del padre, il reverendo Vallon, che anni prima fu ucciso da Bill il macellaio nella battaglia per affermare il diritto a esistere sullo stesso piano sociale e di dignità degli emigrati irlandesi nei confronti dei nativi delle terre americane. Sembrerebbe il refrain di una storia vecchia come il mondo, ma sempre di moda; uno di quei racconti dove di volta in volta i cattivi si chiamano barbari, mori, spagnoli, ugonotti, protestanti piuttosto che romani, cristiani, aztechi. In effetti la sceneggiatura è conosciuta, ma come detto all'inizio è questo punto a ridare dignità alla nascita di uno stato che vanta qualche migliaio di anni in meno di quella storia con la S maiuscola, che qualcuno crede sia prerogativa esclusiva della vecchia Europa. Non c'è da preoccuparsi dice Scorsese: è la qualità e non la quantità l'elemento capace di dare lustro ai popoli. E da questo punto di vista gli americani non devono avere dubbi: anche la loro società vanta morti innocenti e ignari delle logiche care al potere, anche gli americani sono figli di guerre assurde combattute da chi magari non sapendo né leggere né scrivere è stato solo un burattino nel teatro della vita. Ma proprio nel raccontarci una storia già sentita e che potrebbe appartenere a chiunque( quale stato non è nato nelle e dalle strade?) che la grandezza di un regista cattolico come Scorsese sa restituirci l'orgoglio e il senso di appartenenza alle proprie origini.
Se il film vede nel percorso verso la vendetta il suo motore principale, non si può non notare come questo sia solo uno dei livelli narrativi del film. Certo è quello capace di legare lo spettatore alla propria poltroncina per più di due ore e mezzo, soprattutto grazie all'ispirazione di un cast all'altezza, dove Daniel Day-Lewis è assolutamente inarrivabile(certo il personaggio al quale il regista dimostra di affezionarsi di più), ma dove anche le comparse (vedi il Liam Neeson del primo quarto d'ora) sembrano consce dell'importanza del progetto. Come accennato il film propone altri piani significativi: le torbide combine di potere che si svolgono nei piani alti della città; il legame-interessante da un punto di vista psicoanalitico-tra il macellaio e Amsterdam; la presa di coscienza, lenta ma inesorabile, che i protagonisti devono compiere per comprendere come essi siano puntini nella sterminata desolazione di questo mondo: a questo proposito la ripresa con la macchina in posizione zenitale, appena dopo la conclusione della prima battaglia, che attraverso dei raccordi sull'asse all'indietro ci porta nel giro di poche inquadrature a non distinguere più la piazza dove la vicenda si è appena svolta, dimostra chiaramente come ogni questione, ogni ideale, possa essere importante solo per chi lo persegue. Scorsese ama questo tipo d'immagine che possiamo chiamare in contre-plongèe, come ama il sangue che è parte integrante della cultura cattolica, dove le immagini cruente-dal Sacro Cuore alla crocifissione-non sono tabù, ma costituiscono la massima espressione di pathos: l'evidenza che Dio ha sofferto ed è morto per la salvezza dell'uomo, o che i martiri hanno testimoniato nella carne la propria fede. Il regista italo-americano dimostra di sapere sempre qual è l'angolazione giusta nella quale mettere la m.d.p. e nessuna inquadratura, nessuna attenzione per il particolare (la moneta nell'occhio del macellaio) è mai fine a se stessa.
Gli eventi(dopo la prima battaglia), con gli anni, assumeranno nuove proporzioni e definiranno una società sempre più complessa dove le fazioni spesso si confonderanno, e dove l'unico sentimento capace di rendere sempre fedeli ai propri precetti, rimane quello animale della vendetta. Lo scontro finale avverrà non solo nel totale disinteresse generale, ma anche nell'assurda decontestualizzazione temporale che caratterizza chi vive per un mondo che è stato e non è più. Nell'istante in cui il giovane Vallon e il macellaio danno vita al randez-vous finale, la questione degli emigrati irlandesi si è già evoluta verso un'integrazione alla quale nessuno può opporsi: in gioco ci sono altre questioni che per la nazione americana sono terribilmente più importanti di quelle per cui sembrerebbero combattere i due protagonisti; la guerra civile abbisogna di braccia per affrontarla e poco importa se queste ultime sono irlandesi o americane da generazioni, semmai la questione sembra ora essersi spostata su di un piano esclusivamente sociale con i figli dei ricchi che possono, per trecento dollari, pagarsi l'esclusione dall'arruolamento. Nell'assurdo scontro finale si consuma il dramma di chi non è più attuale e se il sangue continuerà a scorrere, perché come detto esso è l'elemento primario attraverso cui l'uomo valuta il suo grado di primitività, sarà però quello consumato per altre battaglie e per nuovi ideali....I grattacieli alla fine sorgeranno sulla stessa terra sulla quale sorgeva il mondo di ieri e noi già sappiamo che anche quelli presto dovranno fare posto al mondo di domani!!!
Recensito da: Emanuele Di Nicola
La neve piange sangue, solenne e letale come un aspersorio sull'alfabeto
dei corpi. Dopo lo scontro fra i Conigli Morti ed i Nativi il paesaggio è
un gigante dagli occhi spalancati, ferito nel profondo: panoramica
dall'alto. E' iniziato "Gangs of New York" di Martin Scorsese, ma lo
spettatore sembra non crederci. La polvere della battaglia è caratteristica
comune del cinema odierno; mai, però, si era vista a questi livelli. Liam
Neeson si adagia al rallentatore su un candido tappeto, con un arabesco
rosso scuro disegnato sul petto; tutto intorno, l'esplosione
dell'ultraviolenza drammatica, elegante, artistica. Le prime immagini, che
compongono uno stordente quarto d'ora, si guadagnano un segmento di memoria
senza più abbandonarlo: non credo di sbilanciarmi descrivendolo come uno
dei migliori scontri depositati negli archivi della celluloide. E siamo
solo all'inizio.
Lo scheletro classico della storia: 1863 a Five Points, ovvero l'odierna
Manhattan. La vita è un microcosmo carnale, desolato e fuorilegge; il
giovane Amsterdam Vallon esce dall'istituto in cui è cresciuto per
immergersi nuovamente nel calderone. Lì, suo padre fu ucciso da Bill il
Macellaio, il boss per eccellenza, nella faida di una guerra fra bande;
adesso Vallon si avvicina proprio all'assassino, invaso da sensazioni
devastanti. Ma in quell'universo estremo e disperato, soltanto una può
prevalere: vendetta.
Il dettaglio rapisce l'occhio fin dall'inizio; ma qui non si tratta della
semplice cura di un regista meticoloso. E' vera e propria passione,
illuminata da una mente baciata dall'originalità: l'occhio di vetro del
Macellaio delinea la forma dell'aquila americana, mentre sul bancone del
pub affiora un acquario per orecchie umane. In un angolo, un cane di
piccola taglia deve azzannare tre topi in cinque minuti, per consentire ad
un ciondolante campionario umano di intascare la propria scommessa; è un
puzzle di esistenze, che ad ogni scena si arricchisce di un nuovo tassello,
sempre rigorosamente fosco, striato di profonda desolazione, marchiato da
una quotidianità deviata e violenta. Se il soggetto dell'opera non vanta
un'originalità graffiante, l'ambientazione e lo svolgimento finiscono
invece per esaltarla: senza parlare della telecamera, che svolazza per
quasi tre ore. Ma qui siamo già nell'irraccontabile: lo stile di Scorsese
non si presta a plebee esigenze descrittive, occorre semplicemente vederlo,
per restarne immancabilmente meravigliati. Il regista possiede l'odore
dell'arma fumante nelle vene: la pista della mafia era già stata esaltata
in "Quei bravi ragazzi" (1990), capace di sintetizzare un trentennio di
crimine italo-americano nelle figure leggendarie di Ray Liotta, Robert De
Niro e Joe Pesci. Mancava però l'anello di congiunzione, l'opera definitiva
che ogni regista compiuto insegue con la tenacia di una scommessa
interiore: da qui questo "Gangs of New York", girato a Roma negli studi di
Cinecittà ed a Villa Borghese, martoriato, sfoltito (nell'idea di partenza
doveva durare quasi il doppio), più volte allontanato dall'avvento nelle
sale, impalato dalla critica armericana. Non aspettavano altro: il Film
capace di risvegliare l'oscura rimembranza di un passato di sangue e di
solleticare pruriti addormentati, divenendo bersaglio comodo ed infallibile
per gli inchiostri a stelle e strisce. In effetti, il torvo sguardo
meccanico non esita ad affondare il bisturi: nelle sequenza delle elezioni,
pesantemente manovrate, Five Points getta la maschera, per rivelarsi
credibile ed inquisitrice antenata di Manhattan (e, per metonimia,
dell'intera New York). L'America è nata per le strade, ma non è ancora
abbastanza: è stato un cesareo lungo e doloroso, dove il neonato si
dimenava in piena crisi isterica, rischiando di affogare nel proprio
sangue. Da qui le bare ed i pugnali, le fiamme e le pietre, le bande rivali
ovunque: persino nel corpo dei pompieri, che lasciano crepitare un edificio
per assecondare la loro inumana contesa. Qui non esiste il buono, ma
soltanto il migliore: la virtù è di colui che trafiggerà l'avversario come
un porco appeso al gancio, senza neanche scalfire la lama del pugnale.
Leonardo Di Caprio, che fu segnalato a Scorsese da Robert De Niro, si
riprende dalla crisi titanica con una prova di innegabile pregio; merito
anche della sceneggiatura, che non ce lo presenta mai pulito, ma sempre
logoro, sudato, barcollante, addirittura sfigurato. Cameron Diaz,
probabilmente la donna più bella che oggi il grande schermo è in grado di
offrirci, indossa le vesti di un'abile borseggiatrice, vagamente puttana,
con il classico cuore d'oro: elegante nel portamento e seducente in ogni
piega del volto, nonostante non avesse nulla da dimostrare. E infine, lui:
Daniel Day-Lewis. Esistono figure che si fondono in osmosi con la
telecamera, nonostante i cinque anni di esilio, in odore di una pensione
pericolosamente prematura: il suo ritorno è un peana al talento recitativo,
fino all'avvolgente narrazione dell'esistenza del Macellaio, davanti a Di
Caprio adagiato fra le lenzuola, quando ogni divario tra attore e
personaggio viene travolto. L'ultimo dei mohicani trasuda malvagia umanità,
perdendoci nella gamma delle sue smorfie, evidenti e plateali ma sempre di
teatrale accuratezza; è uno spettacolo senza diritto di replica, nei pressi
della santificazione filmica.
Tutto procede secondo i piani, sfarzosamente spettacolari, del suo
creatore; fino all'ultimo fotogramma, che mostra le Twin Towers protese
verso il cielo. Il cinema in questo film assume tanti valori: spettacolare
intrattenimento, ma anche tagliente provocazione, sanguinaria invettiva,
memoria storica del passato. Contro il mito della computer graphic, si
staglia l'ultima grande scenografia interamente ricomposta, grazie ad un
terzo occhio immaginifico e visionario; non possiamo che abbandonarci ad
essa, fra gli angoli lerci ed i vicoli tenebrosi, nell'estasi dei costumi
impeccabili, consapevoli di osservare un animale preistorico in via
d'estinzione. Attenti ai titoli di coda, dove si annida uno spettacolo
nello spettacolo: "The Hands Who Built America", composta dalle sonorità
degli U2, che dopo la collaborazione con Wim Wenders ("The Million Dollar
Hotel") sembrano aver inaugurato un sodalizio con il grande cinema.
Qualche gufo dalla vista sbiadita, forse, riuscirà a non farsi piacere
questo film: la critica insolente ed ubriacona agiterà l'indice contro il
declino del gigante, che qui firma invece la somma della sua opera,
definitiva e matura. Altro che sfarzosi signori inanellati, schematici
angeli della morte dagli istinti paterni, improbabili matrimoni ellenici e
vite di maledetti artisti piene di colori e vuote di contenuti; fatevi un
giretto a Five Points per assaggiare l'evento cinematografico dell'anno.
Dopo la scomparsa di Kubrick (un minuto di commossa venerazione),
l'illustre cantore del crimine ha smesso di avere rivali; anche se
dislocati in un secolo impolverato, questi bravi ragazzi vincono ancora la
partita, destinati a diventare oggi epica, domani storia, presto leggenda.
Voto: 9
Regia: Martin Scorsese.
Gli interpreti: Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz, Daniel Day-Lewis, Liam Neeson, Henry Thomas, John C. Reilly.
Durata: 168 min.
Anno: 2001.
Paese: USA.
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