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L'imbalsamatoreRecensito da: Emanuele Di Nicola
Il nano Peppino, tassidermista di professione e complice della camorra,
incontra Valerio, un giovane dal sorriso monotono ed i pettorali
accentuati. E' la scintilla di un rapporto in odore di omosessualità, che
sarà presto sconvolto dall'arrivo della conturbante Debora.
Matteo Garrone poteva essere il punto di svolta per il nostro cinema;
stanco delle classiche storie che si ripiegano su se stesse, tra
elucubrazioni morettiane e crisi di età varie, ecco una pellicola che ci
regala una storia a tinte forti, prevalentemente noir, senza fare sconti.
Questo è ciò che sembrava, e può indurre a pensare il sito
www.limbalsamatore.it, dove si accavallano i giudizi positivi di illustri
critici, raccolti presumibilmente in stato di ebbrezza. Purtroppo,
nell'oscurità ammiccante della sala, ti raggiunge l'innegabile verità:
Garrone ha fatto un brutto film e l'ha sviluppato ancora peggio. Prendiamo
il plot: ispirato ad un fatto di cronaca, presenta una struttura che si può
definire "tragica" nel senso greco del termine. Ma questo non è
sufficiente, perché il finale lascia perlomeno perplessi, senza parlare
delle varie svolte all'interno della vicenda (per dirne una: Valerio, con
la sua donna incinta, decide in piena notte di seguire Peppino verso Cuba),
assolutamente gratuite e campate in aria. Poi arriva la sceneggiatura,
scritta a sei mani da Garrone, Gaudioso e Chiti: un autentico pasticcio,
con trovate da asilo nido del cinema, citazioni troppo esplicite inserite
in nessun contesto, abusatissimi cliché che vengono riproposti in blocco,
senza alcuna variazione. Nel suo delirium tremens autoriale, il regista
sceglie in sede di casting tre illustri sconosciuti per tirare le fila
della storia, nella smania di lanciare qualche nuova stella: nella bolgia
il migliore è Ernesto Mahieux (Peppino), che nel suo accento napoletano
spesso si mangia le parole senza farle capire allo spettatore. E ho detto
tutto: nessuna traccia degli altri comprimari. Se Valerio Foglia Manzillo
dimostra esplicitamente di non saper recitare, Elisabetta Rocchetti, nel
ruolo forse più complesso della pellicola, neanche ci prova, sfoderando
un'accorata espressione di mediocrità confezionata in camerino davanti allo
specchio. L'autore richiede ad un trio di tale (infimo) spessore una
recitazione "psicologica", che entri in fondo all'anima dei protagonisti;
ma uno zoppo non potrà mai vincere la maratona di New York. Ed è questo che
più infastidisce in quest'opera, che fortunatamente del cinema italiano non
rappresenta neanche una costola incrinata: la presunzione. Fin dall'inizio
i toni della narrazione sono lenti, pacati, riflessivi: la telecamera
indugia volontariamente su alcuni particolari (le pelli degli animali
all'inizio, per alimentare il senso di morte), in alcuni tratti lo fa anche
bene, ricoprendo il tutto di una patina autoriale. Davanti a tutta questa
ambizione cinematografica, si dipana però una storia anomala ed
incomprensibile, che non si capisce dove voglia andare a parare. Le
tematiche di fondo potevano essere molte: l'estetica del diverso,
l'impossibilità dell'amore per il nano imbalsamatore, la rete delle
convenzioni sociali che intrappola Valerio nel turbine della vita
coniugale. Tutti i possibili spunti restano però imbalsamati, mai
pienamente sviluppati o anche suggeriti; Garrone riesce a manovrare
dignitosamente la telecamera, lo ammettiamo. Ma questo non vuol dire che
sia un regista: la strada è ancora lunga. Per le prossime uscite deve
cambiare molto nel suo modo di lavorare, a partire dalla mentalità: la
superbia è un peccato capitale anche dietro la macchina da presa.
L'abbraccio fra attese e mediocrità è la ricetta del cinema italiano che
non ci piace, sterile e privo di ogni significato.
Voto: 4
Recensito da: Luca Baroncini L'originalita' del titolo e il suggestivo cartellone lasciano presagire un percorso insolito nel panorama del cinema italiano. E le aspettative, nonostante qualche riserva, non restano deluse. Il punto di forza del film di Matteo Garrone (presentato con successo a Cannes) non e' tanto nella storia, quanto nell'approccio stilistico. Il racconto prevede un atipico (ma in fondo classico) triangolo, in cui un aitante giovane si trova a dover scegliere tra l'amore ossessivo di un nano e quello di una bella ragazza. Il forte legame che si crea tra i tre viene piu' suggerito che mostrato e i personaggi hanno a disposizione molte piu' informazioni rispetto allo spettatore. Alcune vengono svelate nel corso della narrazione, altre restano un mistero insondabile che la conclusione lascia solo intuire. La sceneggiatura, pero', non riesce a mantenere costante la necessaria tensione e incappa in qualche forzatura, come nella banale entrata in scena del personaggio femminile o nella prevedibile meccanicita' del pre-finale, quando giunge l'inevitabile resa dei conti. Gli interpreti si calano nei personaggi con naturalezza, evitando schematismi o impostazioni accademiche. Molto bravo il protagonista Ernesto Mahieux e due volti da tenere d'occhio i giovani Valerio Foglia Manzillo e Elisabetta Rocchetti. A tenere le fila della storia, una regia attenta a valorizzare l'ambiente in cui si muovono i personaggi, coadiuvata dalla suggestiva fotografia di Marco Onorato. C'e' una sorta di continuita' visiva tra il deserto litorale campano e la perenne foschia di Cremona, quasi a sottolineare il fardello di ombre e dubbi che grava costantemente sui personaggi. Come se agli spostamenti da un capo all'altro della penisola non corrispondesse alcuna presa di coscienza in grado di lasciar finalmente trasparire qualche raggio di sole. Regia: Matteo Garrone. Gli interpreti: Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti, Pietro Biondi, Lina Bernardi. Distribuzione: Fandango Origine: Italia Anno: 2002. |