Lontano dal paradiso

Recensito da: Emanuele Di Nicola
L'anno 1957 scorre placidamente sull'esistenza della famiglia Whitaker, immersa nella provincia del Connecticut. Ma basta poco e l'involucro è distrutto: lui intraprende una relazione omosessuale, lei un'intima amicizia col giardiniere di colore.
Il fuoco dell'originalità potrebbe sembrare un lumicino, nella sorprendente opera di Todd Haynes; la perfetta famiglia che va a rotoli è da tempo al centro del mirino dell'industria americana, che ci ha recentemente offerto con American Beauty l'esempio più celebrato. Ma c'è qualcosa che in questa pellicola incanta, fin dai primi fotogrammi: forse l'ambientazione d'altri tempi, ricostruita con perfezione addirittura artistica, oppure il naturalismo di fondo, che con il fascino delle sue foglie ed il profumo dei suoi fiori esalta i sensi della platea. Ma presto si intuisce che il 1957 è soltanto un insieme di cifre, semplice riferimento temporale per completare l'omaggio di un mondo che fu: ma l'urlo silenzioso contro tutte le oppressioni abbraccia qualunque epoca, uomo, costume. Regole di medievale grettezza si incarnano in simboli potenti, indimenticabili: Frank Whitaker si reca dal dottore, in quanto l'omosessualità è una malattia da curare scientificamente; Cathy tenta di allontanarsi dal giardiniere di colore, l'unica persona che "mi fa sentire viva". La sinfonia di allusioni delizia per lunghi tratti, fino alla scena cult: moglie e marito a confronto, dopo la scoperta del tradimento, non riescono a parlarsi, ma blaterano tristemente, senza mai concludere una frase. Paradosso: nel loro universo di carta stagnola, arrivano addirittura a capirsi, per mantenere (momentaneamente) l'ordine malsano delle loro vite. E' proprio per questo che il film è bello, così bello da mettere a disagio: perché i coniugi Whitaker sono persone che vivono una storia. Persone che vivono. Persone. Il dubbio dello spettatore non riguarda la loro condizione, ma la propria: il vero terrore è che la loro facciata sia anche la nostra, (mal)celata dietro un sorriso di circostanza. Julianne Moore, splendida, lavora di sottrazione per la migliore prova della sua carriera; Dennis Quaid diventa un fantasma dolente, in cerca di un antidoto inesistente per una malattia inesistente; Dennis Haysbert è una folgorante sorpresa, nella sua camicia a scacchi in forte antitesi con la giacca e cravatta del suo padrone. La fine è di un amarezza interiore e commovente. Mentre Cathy si avvicina alla sua automobile, sulla parte sinistra dello schermo compare/scompare una bandiera americana: ultimo simbolo di una lunga serie, diventa il vessillo universale del razzismo e dell'omofobia. Senza mai un briciolo di retorica.
Questo è tutto: se il paradiso è davvero lontano, la perfezione cinematografica è stata raggiunta.
Voto: 9

Recensito da: Luca Baroncini
E' un approccio molto intellettuale quello di Todd Haynes nel nuovo lungometraggio "Far from heaven". Presenta infatti alcuni dei piu' classici e saccheggiati temi cinematografici e li ripropone facendo il verso ai film di Douglas Sirk degli anni cinquanta. Quelli tutti emozioni contratte, foglie autunnali in Technicolor, gonne a palloncino, cappellini impossibili, sorrisi di facciata, villette a due piani immerse nel verde, torte di mele appena sfornate. Le apparenze ovviamente ingannano, la vera felicita' non e' quella che si ostenta, diventa quello che sei: il cinema ha sempre parteggiato per una liberta' di pensiero e di costumi, forse proprio per dare al pubblico la possibilita' di vedere realizzato, in un gioco un po' perverso e frustrante, cio' che la quotidianita' negava. E cosi' la moglie perfetta Cathy Whitaker, sposata al marito perfetto Frank Whitaker, deve fare i conti con l'urgenza delle pulsioni. Il marito preferisce i giovanotti e lei si ritrova innamorata del sensibile giardiniere nero. Due dei massimi tabu' dei perbenisti anni cinquanta, quello razziale e quello sessuale, vengono quindi affrontati nel film di Haynes attraverso una rilettura post-moderna. E' curioso come la novita' sia nel recupero, ma riciclare con pacatezza e intelligenza permette di attualizzare il messaggio. Julianne Moore, giustamente premiata a Venezia per la sua interpretazione, si conferma una delle attrici piu' brave della sua generazione. Perfetta nel mostrarsi perfetta e con un sorriso di disarmante tragicita'. Ma fondamentali, per la creazione dell'atmosfera old-style, si rivelano anche costumi, scenografie e fotografia. Ovviamente tanta cura formale rischia di cadere nel citazionismo gratuito ed infatti il film non infiamma come i melodrammi a cui si ispira. Forse perche' abbandona l'ironia della prima parte per prendersi sul serio, finendo cosi' per diventare un ibrido, non cosi' dissacrante da divertire, ma nemmeno cosi' doloroso da commuovere.

Regia: Todd Haynes.
Gli interpreti: Julianne Moore, Dennis Quaid, Dennis Haysbert, James Rebhorn.
Durata: 107 min.
Anno: 2002.
Paese: USA / Francia.