Mi chiamo Sam

Recensito da: Emanuele Di Nicola
C'è poco miele nell'alveare della regista Jessie Nelson: poteva (s)cadere nel buonismo, annegare nella pochezza del predicozzo morale. Invece si limita a rappresentare la realtà effettuale della vicenda, disegnando la traiettoria di Sam Dowson, ritardato mentale che lotta per mantenere la custodia della figlia. Non è la trama, prevedibile ed abusata, che innalza il livello della pellicola; né il finale, happy end telefonato e frettoloso, spudoratamente volto a disegnare un sorriso sullo spettatore che esce dalla sala. Tantomeno i virtuosismi compositivi: la telecamera si assesta su un piano abbastanza lineare, evitando capriole e danze tribali.
Niente di tutto questo. Il Pilastro si chiama Sean Penn, che in questo caso si supera, toccando i livelli più alti della sua carriera: teneramente stralunato, sostiene 132 minuti di celluloide intonando l'elegia alla diversità. Per lui il labirinto delle emozioni è una strada asfaltata: è capace di mutare radicalmente registro da una scena all'altra -dalla lacrima alla risata- come un camaleonte talentuoso ed inarrestabile. Ecco perché quest'opera finisce per affrancarsi dai suoi stessi difetti, rivelandosi un film notevole, con acuti di altissimo livello: l'altro gioiello del diadema è la colonna sonora, formata esclusivamente da canzoni dei Beatles, che accarezza dolcemente la storia, la culla, all'occasione la lusinga o la schiaffeggia. Poi c'è quello strano avvocato chiamato Michelle Pfeiffer, sopra le righe, come non l'avevo mai vista: gelida ma fragile, grintosa ma spaesata. Nonostante il carattere stereotipato della sua figura (ma quale non lo è in quest'opera?), la sua recitazione si rivela indubbiamente valida: se finisce per essere minimizzata, è solo per l'estro maiuscolo di Penn, che determina l'eclissi totale di tutti i suoi comprimari. La piccola Dakota Fenning (nel film Lucy Diamond) appare a tratti troppo costruita, angelo biondo patinato e vezzoso, dal colorito bianco in trepida attesa di un esorcista. Tuttavia anche la sua figura si inserisce nel contesto di quest'opera corale forse nell'intenzione, ma all'atto pratico rigorosamente monista: Sean svetta come un luminoso vessillo, capace di spellare le mani alla platea per l'intensità dell'applauso. Ha perso nella rincorsa agli Oscar, ma è meglio così: una statuetta sarebbe stata offensiva. D'altronde, neanche Amadeus Mozart in tutta la sua carriera ha mai vinto il Festival di Sanremo.
Voto: 8

Regia: Jessie Nelson.
Gli interpreti: Sean Penn, Michelle Pfeiffer, Dakota Fanning, Dianne Wiest, Loretta Devine, Richard Schiff, Laura Dern, Brad Silverman, Joseph Rosenberg.
Durata: 132 min.
Anno: 2001.
Paese: USA.