Minority Report

Recensito da: Luca Baroncini
Il regista piu' famoso del mondo, uno degli scrittori di fantascienza piu' saccheggiati dal cinema e uno degli attori piu' conosciuti. Un'unione di talenti cosi' popolari implica grandi aspettative ma anche grossi rischi, perche' l'intento commerciale di piacere al maggior numero possibile di spettatori, richiede spesso compromessi che deludono chi invece si attende l'esplicitazione di un punto di vista personale e autentico.
Il risultato, nonostante qualche eccessiva semplificazione (soprattutto nel finale), non delude comunque chi ama il buon cinema.
La storia, che racconta un prossimo futuro in cui e' possibile prevedere i crimini prima che vengano commessi, e' molto intrigante e Steven Spielberg si conferma un grande assemblatore di immagini ed emozioni. La sua maggiore abilita' e' di riproporre, con ironia e un senso dello spettacolo "bigger than life", un plot originale ma dagli sviluppi classici: un personaggio solo contro tutti, un trauma da rimuovere (che pero' resta tale), un rigido "count-down".
La sceneggiatura si preoccupa di spiegare il piu' possibile, lasciando nel vago alcuni elementi che restano irrisolti (perche', ad esempio, la capacita' precognitiva dei "Pre-Cogs" ha un raggio di pochi chilometri?) e avvicendando in modo un po' meccanico continue sequenze causa - effetto. Ma e' proprio la regia, unita al montaggio serrato di Michael Kahn (il prologo e' in questo senso un vero e proprio gioiello) e alla fotografia desaturata di Janusz Kaminski, che permette di assecondare la discontinuita' della narrazione. Momenti razionalmente inaccettabili si trasformano cosi' in una gioia per gli occhi. Basta pensare alla lunga sequenza in cui il protagonista deve operarsi agli occhi, che diventa un grottesco teatrino dove l'horror si sposa con la parodia. Oppure all'incontro tra Tom Cruise e la creatrice dei "Pre-Cogs", perno della narrazione ma assai didascalico, che assume toni tra la favola e il sogno. Altri momenti, narrativamente superflui, come l'inseguimento fracassone del protagonista trainato da "jet-pack" o la rocambolesca fuga da una fabbrica di auto, sono comunque posti con l'opportuna leggerezza.
I personaggi sono costruiti con le necessarie motivazioni per renderli credibili e gli interpreti ben si calano nell'atmosfera onirico-futurista del progetto. Colpiscono soprattutto l'intensita' e il trasformismo di Samantha Morton nel ruolo della vulnerabile ma potentissima Agata, il "Pre-Cog" piu' illuminato. Ma anche Tom Cruise evita di gigioneggiare gesticolando a destra e a manca (vedi il mediocre "Jerry Maguire") e per una volta la sua missione impossibile appare meno sghignazzante e piu' dolorosa. Il personaggio meno riuscito e' sicuramente quello, inizialmente marginale e poi risolutivo, dell'ex-moglie, privo di una caratterizzazione in grado di salvarlo dall'anonimato.
Quanto ai contenuti, il film offre una visione poco rassicurante del futuro, in cui la privacy e' annullata in nome di un presunto bene comune e dove la persona diventa semplice oggetto di consumo. Molti gli spunti, le sfumature e le possibili implicazioni, e pochi gli approfondimenti. Ma il film non vuole essere un trattato contro i pericoli dell'avvenire e non prende una vera e propria posizione pro o contro la spersonalizzazione dell'individuo. Lascia allo spettatore l'opportunita' di trarre considerazioni e ai personaggi un libero arbitrio a cui appellarsi una volta conosciuta la verita', ma la critica sociale diventa piu' che altro uno sfondo in cui ambientare una storia tesa ed avvincente. C'e' forse qualcosa di negativo in questo? Un bravo regista deve come obiettivo primario scuotere le coscienze o mettere il suo talento al servizio del racconto? Il dubbio e' piu' che lecito, ma rischia di annacquare l'efficacia di una visione il cui punto di forza resta comunque il "divertissement".


Regia: Steven Spielberg.
Gli interpreti: Tom Cruise, Max Von Sydow, Kathryn Morris, Colin Farrell, Peter Stormare, Samantha Morton.
Durata: 145 min.
Anno: 2002.
Paese: USA.