Il Pianista
Recensito da: Emanuele Di Nicola
Il pianista ebreo Wladyslaw Szpilman attraversa l'orrore dell'Olocausto,
nel disperato tentativo di conservare il dono più caro: l'esistenza.
Testimone oculare della paradossale follia nazista, finisce come un
fantasma a vagare fra le macerie del ghetto di Varsavia. E' l'opera più
autobiografica di Roman Polanski: anche i suoi occhi da bambino furono
segnati, come quelli del protagonista, dell'alfabeto dei corpi senza vita.
In verità era il ghetto di Cracovia, ma la pellicola sceglie di trasferire
la cupa scenografia: scelta evidente, per evitare un coinvolgimento emotivo
troppo diretto.
La telecamera ha sempre spiato le macchie di sangue nella Storia umana;
periodicamente torna la shoah, riproposta in varie salse come a stuzzicare
il ricatto morale. Di conseguenza, spesso ci rimette la reale qualità delle
pellicole: per la delicatezza e l'impegno sociale del tema trattato, la
critica evita di affondare il bisturi. Ma Polanski si distacca, schivando
rigorosamente retorica e macchiettismo; era questa l'operazione più
difficile da portare a termine, nel confronto con illustri precedenti (fra
tutti "Schindler's List" di Spielberg). A tratti traspare un'ambizione
autoriale: il regista ha voluto realizzare l'opera somma, distaccandosi dai
meravigliosi capricci del suo cinema (vedi "L'inquilino del terzo piano",
citato nell'estetica della vista dall'alto) per poi chiudere il cerchio,
nella rassicurante confezione del kolossal. Nonostante questo, però,
durante la visione il film piace, possiede un fascino magnetico impossibile
da negare: ad alcuni intuizioni (ripetizioni?) classiche -la separazione
dalla famiglia, il senso opprimente di ingiustizia, la difficoltà nei
rapporti sociali- se ne aggiungono altre tutte polanskiane. Ecco quindi la
musica, compagna dei migliori acuti della pellicola: Szpilman si rivela
grande pianista quando riesce a suonare senza emettere alcun rumore, perché
la musica vera si ascolta nell'anima. Immagini dure, senza sconti si
succedono sullo schermo: il corpo morto di un bambino, le esecuzioni
sommarie, il ripugnante omicidio di un uomo sulla sedia a rotelle. Visioni
crudeli ma necessarie: come il barcollante pianista fra le macerie, ridotto
allo stato brado. Qui nasce il confronto fra il protagonista e l'ufficiale
tedesco, nazista stremato dai suoi stessi crimini: Wladyslaw è chiamato a
ricordare le sue melodie, che adesso si levano con l'impatto stordente di
una litania funeraria. E' la morte dello spirito, incapace di riprendersi
di fronte a tutto questo: anche la musica, catarsi estrema e salvifica, non
sarà più la stessa. Adrien Brody è fenomenale in ogni singola smorfia del
viso: nella devastante metamorfosi del suo personaggio si intuisce tutto il
prodigio scenico di questo film. Polanski imposta la sua pellicola
definitiva su una materia già trattata, ma senza abusarne: semplicemente la
modella, la innalza con le sue personali suggestioni, confermandosi fra i
migliori cineasti in circolazione. Un lamento artistico che agguanta la
Palma d'Oro a Cannes, senza mai insinuare il sospetto del furto.
Voto: 8
Regia: Roman Polanski.
Gli interpreti: Adrien Brody, Thomas Kretschmann, Emilia Fox, Ed Stoppard, Frank Finlay, Julia Rayner, Jessica Kate Meyer, Nina Franoszek, Maureen Lipman, Valentine Pelka, Ruth Platt, Ronan Vibert.
Durata: 148 min.
Anno: 2002.
Paese: Francia / Germania / Polonia / GB.
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