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Pinocchio
Recensito da: Emanuele Di NicolaVittima di un eterno "odi et amo", bersaglio di malelingue in quel di Sanremo, forse discendente di Fellini, recluta comunista secondo il centro-destra, dicitore di volgarità, folletto scomodo ed incontenibile, demiurgo dell'irresistibile comicità di "Johnny Stecchino" e "Il Mostro", coltivatore di lacrime allegre (o tristi risate) nell'incensato "La vita è bella". Tutto questo è Roberto Benigni, autentico patrimonio della nostra provincia dell'Impero. Qui, però, l'inarrivabile estro toscano fa proprio quello che non ti aspetti: timbra il cartellino. Un film lineare, "sanza infamia e sanza lodo", che per alcuni tratti non suscita addirittura alcuna emozione. La favola di Pinocchio, vecchia ossessione felliniana, fu raccontata sullo schermo per la prima volta addirittura nel 1911 ("Pinocchio" di Giulio Cesare Antamoro, con Ferdinand Guillaume), per essere rielaborato nel 1936 ("Le avventure di Pinocchio" di Spano e Verdini) e nel 1940 da quel genio di Walt Disney. Il soggetto si perde dunque nelle pieghe del tempo, direttamente dal romanzo di Collodi, che ha alcune caratteristiche decisamente comode: la poetica del romanzo di formazione, che si rivela presto un'evoluzione positiva, la riflessione sulle tenere difficoltà della fanciullezza, il dilagante buonismo di fondo. Intendiamoci: prima di andare a letto tutti l'abbiamo amato, ma non per questo dobbiamo cadere in un ricatto morale. L'equazione che Benigni pare avere in mente è la seguente: Pinocchio=ricordo_infanzia=incassi=danaro. L'autore ha diversi modelli a cui ispirarsi (addirittura un paio di film russi sull'argomento!), da cui pesca a piene mani; di conseguenza, non ha bisogno di lacerarsi le cervella per costruire colpi di coda nella pellicola. Disseminate nel film, ci sono alcune cose che stupiscono: in primis il fatto che Benigni stavolta non faccia ridere (se non in una mezza occasione...), mentre da lui ci si aspetterebbe un torrente di comicità. Poi la mancata interpretazione della fiaba: la scrittura di Collodi viene applicata allo schermo così com'è, senza aggiungere né togliere nulla, insinuando il sospetto di una diffusa svogliatezza. Infine Nicoletta Braschi: totalmente inadatta alla figura carismatica (?) della Fata Turchina, è fin troppo chiaro che la sua presenza è determinata dalla parentela con il regista (e dal fatto che produce il film). La sua faccia, autentico baratro di nulla, è tra le più inespressive degli ultimi anni. Al contrario, non dispiace Kim Rossi Stuart, che nel ruolo di Lucignolo si rivela il personaggio più dinamico della narrazione; i Fichi d'India, nonostante l'antipatia personale, calzano onestamente il doppio ruolo del Gatto e la Volpe (l'occhio rotante di quest'ultima è un'autentica chicca); Carlo Giuffré è interessante nei panni di mastro Geppetto, ma senza andare oltre. E veniamo a Benigni: è innegabile che tenga sulle sue spalle la durata dell'intera pellicola. L'interpretazione, tra mimiche e diversi registri vocali, si rivela di indubbio valore: è però una prova che si colloca nell'ambito di un film modesto, senza tono, paradossalmente senza fantasia. Danilo Donati costruisce le scenografie organizzando una festa per gli occhi: memorabile la scena dell'impiccagione di Pinocchio, sullo sfondo della luna piena. Come sempre nell'universo benignese, è Nicola Piovani a firmare le musiche: misurate, eleganti, mai invadenti o sopra le righe. In una parola azzeccate. Ma questo "Pinocchio" resta una rivisitazione di maniera di territori già ampiamente battuti, dove Benigni cade in tentazione: dopo la pioggia di premi ed elogi per il precedente "La vita è bella", era necessario scegliere un film comodo e scorrevole, che potesse incassare in Italia come in America. In effetti, è un'opera destinata ad arricchirsi anche nei cinema a stelle e strisce; per quanto ci riguarda, noi possiamo soltanto sperare che torni presto l'incantatore Benigni, rubando la scena al semplice intrattenitore. Troppo buonista per essere vero, all'altezza dei titoli di coda balena il classico dubbio: forse il cinema è soltanto un'invasione di campo, forse è il teatro la naturale collocazione di certi artisti. Con un sincero augurio di miglioramento. Voto: 5,5 Recensito da: Luca Baroncini Dopo il trionfo de "La vita e' bella" Roberto Benigni e' diventato un'icona venerata in ogni parte del mondo. Davvero difficile quindi restare fedele alla propria immagine di poeta burlone riuscendo nel contempo a raccontare qualche cosa di nuovo. La scelta di adattare il testo di Collodi, perfetta sulla carta per far risaltare lo spirito istrionico di Benigni, si rivela invece fallimentare sotto molti punti di vista. Ci vuole una grande capacita' di astrazione per credere che il burattino di legno costruito da Geppetto sia un uomo, e perdipiu' il cinquantenne Roberto Benigni, ma il film da' per scontato che sia cosi' e non si pone il problema di rendere credibile questo aspetto. Tutti i personaggi lo vedono come burattino e questo basta a risolvere il problema. Ma sono tanti i passaggi che giocano sulla notorieta' del classico di Collodi e il film sembra piu' che altro un riassunto dei punti salienti del romanzo senza un collante di sentimenti e magia. Tutti i passaggi chiave, infatti, vengono piu' o meno rispettati, ma si passa da un episodio all'altro in modo meccanico e approssimativo: la fata turchina prima abita in un bosco e poi in riva al mare, il Grillo Parlante appare e scompare senza logica, Geppetto dice di avere fatto tanto per l'educazione del burattino e lo cerca disperato quando lo ha visto solo per pochi giorni. Non basta essere fedeli a un testo per trasmetterne l'essenza e al film manca una visione d'insieme in grado di animare la storia raccontata. Tutti i personaggi sono ridotti a macchiette e gli interpreti fanno quello che possono, ma non riescono nell'impossibile tentativo di dare vita a personaggi che di vita non ne hanno: Roberto Benigni, dopo lo spaesamento di ritrovarselo bambino e di (finto) legno, porta la sua maschera con credibilita', ma riduce Pinocchio a una peste urlante che combina guai a destra e a manca senza causare il minimo stupore; Nicoletta Braschi presta il suo piglio etereo (o catatonico?) alla Fata Turchina recitando in perenne stato di veglia; Carlo Giuffre' e' un Geppetto con un'unica battuta ("Pinocchio dove sei?") da annali del trash; Kim Rossi Stuart e' un volenteroso Lucignolo, forse il personaggio piu' approfondito del film; i Fichi d'India sono perfetti come Gatto e Volpe, ma i loro battibecchi non suscitano alcuna ilarita'. In generale si puo' dire che manca a tutti i personaggi e al film stesso una progressione drammatica. Qualche cosa alla fine dovrebbe essere cambiato, ci viene detto, ma non ce ne accorgiamo. Tecnicamente invece ci troviamo davanti a un kolossal molto curato. Bellissimi e fantasiosi scenografie e costumi del compianto Danilo Donati; poetiche le musiche di Nicola Piovani, suggestiva la fotografia di Dante Spinotti e convincenti gli effetti speciali di Rob Hodgson. Peccato che nello sfarzo della confezione si senta la mancanza di un elemento determinante: l'emozione. Regia: Roberto Benigni. Gli interpreti: Roberto Benigni, Kim Rossi Stuart, Luis Molteni, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffré, Franco Javarone, Corrado Pani, Max Cavallari, Bruno Arena, Peppe Barra, Mino Bellei. Durata: 105 min. Anno: 2002. Paese: Italia. |