Prendimi l'anima

Recensito da: Emanuele Di Nicola
Apparenza: Finalmente un sospiro di sollievo. Tutti gli uccelli del malaugurio, che vanno blaterando l'agonia del cinema italiano, sono invitati a vedere questo film. E' finito troppo presto: sarebbe stato bello restare in sala, tanta è la gioia per gli occhi.

Essenza: Meno male che è finito. Faenza è la conferma della zona morta del nostro cinema; non ne potevo più.

Apparenza: Non vorrai buttare in mezzo la solita scusa del film commerciale? Ammetterai che dalla notte dei tempi la psicanalisi è veleno per il botteghino.

Essenza: Infatti questo film non parla di psicanalisi. Strombazza la vita di Sabina Spielrein, custode di un'esistenza abbastanza variegata e tormentosa per trarne un film(etto): il regista-avvoltoio si apposta, trova la sua storia, colpisce. Si chiama necrofilia.

Apparenza: Come fai ad estromettere la psicanalisi da quest'opera? Sabina sviluppa la sua storia d'amore con il giovane Jung per tutta la prima parte, dove il sentimento si nasconde nell'oscurità delle sedute, per poi esplodere in tutta la sua devastante potenza.

Essenza: La psicanalisi è una scusa. Poteva essere un dentista, un veterinario oppure un ginecologo: invece il dottore in questione si chiama Jung, ma non cambia molto. Il personaggio è una figurina, lo stereotipo dell'uomo professionale travolto dalla passione. Niente di nuovo sotto il sole, tranne un nome conosciuto per strappare i soldi del biglietto a qualche spaesata commissione scientifica.

Apparenza: E cosa mi dici della cura del dettaglio? I toni dell'epoca sono costruiti con una navigata meticolosità, ogni oggetto nello studio di Jung sembra occupare il suo posto. E' un chiaro segno del realismo nella messinscena: riguardati la sequenza della sala da thé, quando Sabina rimane con le labbra gocciolanti. In un film sentimentale il suo lui le avrebbe passato il tovagliolo sulla bocca. Ma qui si va oltre.

Essenza: E' un evidente difetto del regista: l'eccessiva cura del dettaglio. Per raggiungere la quadratura del cerchio negli ambienti, il contenuto ne esce decapitato. Un po' come Sabina dopo la morte, che vuole donare la sua testa al dottore per sezionarla, ma non solo: desidera anche che le sue ceneri siano sparse sotto una quercia, per ricordare che anche lei è stato un essere umano. Suvvia! E' pura retorica d'accatto: Eros e Thanatos protestano.

Apparente: Come fai a dire questo? A me sembra tutto genuino. Se Jung è così, lo è proprio in quanto uomo: titubante, sofferto, introspettivo fin dallo sguardo. Forse non hai afferrato il paradosso che regola la narrazione: il paziente guarisce mentre il medico si ammala. Storicamente parlando, il cuore di Jung continuerà a sanguinare ancora per molto tempo, fra relazioni concubine e collassi sull'orlo del ricovero.

Essenza: L'ho afferrato, purtroppo. Medico e paziente che si scambiano i ruoli ti sembra forse una trovata originale? Non cito tutte le volte che ho già visto quest'idea sullo schermo, altrimenti la nostra discussione sarebbe fluviale. Ma penso di aver centrato il problema: questo film non ha un'idea sua che sia una. Il diario ritrovato, da cui parte la storia, è una trovata d'imbecillità commovente. La sceneggiatura è una groviera: spuntano buchi da ogni parte. I dialoghi possiedono la vis comica del Benny Hill Show: spesso plateali, ancora più spesso inutili, funzionali soltanto ad appesantire la narrazione.

Apparenza: Ma la seconda parte mostra la degenerazione prima dello stalinismo, poi del nazismo. Sono immagini forti e chiare, vere, che ti colpiscono. Finalmente non dobbiamo ingoiare l'ennesimo sermone su Hitler o la Resistenza: una volta tanto eccoci le due realtà a confronto, parte + controparte. Elegantissimo esempio di par condicio cinematografica.

Essenza: Nelle intenzioni forse è così. Ma è una scelta presuntuosa: con una manciata di inquadrature, Faenza pretende di definire i due grandi totalitarismi che hanno rabbuiato lo scorso secolo. E' una concezione della Storia quantomeno schematica, non credi?

Apparenza: Il periodo storico è qui descritto attraverso gli occhi di una grande donna: una rappresentazione in oggettiva non sarebbe stata così efficace. Per questo il regista propone alla platea una soggettiva: noi diventiamo gli occhi di Sabina, vediamo il mondo forse nei suoi momenti più tragici, condividiamo il suo sfrozo per migliorare la realtà. La scena del bambino con le dita intrecciate è di ineffabile bellezza: il suo incastro delle mani lo protegge dalla desolazione terrena.

Essenza: Già, peccato che subito dopo il bambino in questione si riveli essere il narratore della storia: la sopres(in)a è ampiamente telefonata, visto che lo spettatore è in grado di intuire la verità almeno qualche minuto prima. Senza parlare della boria intellettual(oid)e di cui il film è infarcito: Freud, Klimt, Schnitzler e Majakovskj scivolano nel minestrone alla rinfusa, senza essere funzionali alla trama. Il regista dimostra che li conosce, come per evitare un impreparato all'interrogazione di divagologia: ma rimangono soltanto nomi, non acquistano mai una loro dimensione, se si fossero chiamati tutti e quattro Mr.Smith non sarebbe cambiato nulla. Della serie: io sono più acculturato di te, vil spettatore, beccati questa.

Apparenza: Non credo che fossero queste le intenzioni. Comunque il culmine dell'opera è nel finale: il coraggio di Sabina non si spegne neanche di fronte all'abisso, tenta di mantenere aperto clandestinamente il suo Asilo Bianco. Fino all'uccisione in chiesa, che vale più di molte parole.

Essenza: Vale soltanto un paio di giudizi positivi in più, da parte dell'occhio superficiale. Il pericolo al cinema è proprio questo: cadere nel ricatto morale. Se un'opera ha buone intenzioni ed uno sfondo sociale, negli occhi di chi vede (ma non osserva) tende a trasformarsi automaticamente in capolavoro. Probabilmente l'oroscopo della Spelrein profetizza un fosco destino d'infelicità: scaricata da Jung, stritolata dai regimi, oltraggiata fino all'estremo (ieri, ed oggi di nuovo).

Voto: 4,5



Regia: Roberto Faenza.
Gli interpreti: Iain Glen, Emilia Fox, Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander, Michele Melega, Daria Galluccio.
Durata: 102 min.
Anno: 2003.
Paese: Italia.