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Red Dragon
Recensito da: Luca BaronciniHa senso un remake? Sono rari i casi in cui la carenza di idee trova riscatto nel rifacimento di un'opera cinematografica e il film di Bret Ratner parte gia' in svantaggio, dovendo confrontarsi con il riuscito e disturbante "Manhunter - Frammenti di un omicidio" di Michael Mann. Ma "Red Dragon" sconta anche il paragone con i due illustri precedenti tratti dalla saga letteraria di Thomas Harris: il folgorante e morboso "Il silenzio degli innocenti" e il meno riuscito, ma comunque interessante, "Hannibal". L'idea di un prequel tirato a lucido con cast altisonante sembra quindi basata esclusivamente sul tentativo di battere cassa, contando sul fatto che il film di Mann lo hanno visto in pochi e che l'infido Hannibal Lecter, grazie al carisma di Anthony Hopkins, e' diventato un'icona di malvagita' in grado di attirare spettatori in ogni parte del mondo. Sta di fatto che "Red Dragon" delude le gia' poche aspettative. Funziona come intrattenimento (c'e' pur sempre un maniaco imprevedibile, un poliziotto sulle sue tracce, colpi di scena a ripetizione) ma non aggiunge nulla di sostanziale ai due precedenti (ma cronologicamente successivi) episodi. In particolare stona il taglio spettacolare con cui la maggior parte delle situazioni sono risolte: il maniaco non vive in una casa, ma in una mega-villa, la cella di Hannibal non e' in una normale prigione, ma sembra la stanza di un castello, i colloqui in carcere non avvengono in un ambiente qualsiasi, ma in una specie di enorme ring in cui Hannibal viene addirittura tenuto al guinzaglio. Piu' che in un carcere di massima sicurezza sembra di essere in un albergo a quattro stelle, tra l'altro poco sicuro considerando che e' possibile intrattenere pericolosa corrispondenza e pure gabbare tutti telefonando a chicchessia. Ma sono tante le scelte troppo facili con cui il film perde via via mordente, dalle solite intuizioni geniali con cui si arriva all'identificazione del maniaco, fino al maniaco stesso, un muscoloso e pure cazzuto Ralph Fiennes, tutto tatuaggi e lucidita' mentale. Gli interpreti sono convincenti, da Emily Watson perfetta come cieca ignara del pericolo, a Philip Seymour Hoffman, ormai abbonato ai ruoli sgradevoli. Edward Norton si conferma attore versatile, ma e' il suo personaggio, ridotto a supereroe solo acciaccato e mai davvero vulnerabile, ad essere troppo semplificato. In "Manhunter" mettersi nella testa dell'assassino porta il protagonista, e lo spettatore, a varcare il confine molto labile dei limiti delle pulsioni umane, mentre in "Red Dragon" il grigiore di Edward Norton e il suo ritiro nel mare della Florida, sembrano piu' che altro un riposo del guerriero in attesa di riscatto. Quanto a Anthony Hopkins, il suo terzo Hannibal conserva garbo e crudelta', ma perde un po' in fascino, soprattutto per il ripetersi di un cliche' e per oggettivi limiti anagrafici. In generale si puo' riscontrare che tutti i personaggi sono avvolti nello stereotipo, tutte le location sono suggestive, tutte le frasi sono ad effetto. L'anima del film sembra racchiusa nella domanda "Cosa puo' piacere al pubblico?" non considerando che la curiosita' nello spettatore nasce soprattutto dall'immedesimazione e non solo dall'ammirazione di un mondo esclusivamente cinematografico. Di conseguenza, nonostante il film si segua volentieri, manca una tensione capace di incollare allo schermo e, soprattutto, un punto di vista personale in grado di distinguere il film dai tanti thriller che circolano al cinema. Recensito da: Emanuele Di Nicola La chiocciola dinanzi al cerchio del Sole: è questa l'immagine che racchiude "Red Dragon", nel suo ipotetico confronto con "Il Silenzio degli Innocenti". Ma questa è un'operazione spicciola, che conduce il film verso una bocciatura totale. Al contrario, slegato da ogni confronto/scontro con l'illustre capostipite, il lavoro di Brett Ratner si rivela sostanzialmente valido, con alcuni acuti particolari. La struttura del thriller è tradizionale, paradossalmente diremmo che prende spunto dalla pellicola di Demme se non ne fosse il prequel; c'è un assassino, Francis Dolarhyle, che massacra intere famiglie nelle notti di luna piena. C'è un poliziotto, Will Graham, fortemente provato da una tragica indagine precedente (non a caso, ha sbattuto al fresco il dottor Lecter). E poi c'è Hannibal, naturalmente; a dispetto dell'ingannevole locandina, il suo è un lungo ed apprezzabile cameo. Il cannibale apre e chiude la pellicola; per il resto, si aggira innocuo per la sua cella, servendosi soltanto della sua impressionante potenza verbale. Al posto di Clarice Starling c'è Graham, Buffalo Bill è sostituito dal Lupo Mannaro, ma il risultato non cambia. A dispetto di tutto questo, qualcosa prende per mano l'opera, salvandola dalle acque stagnanti del thriller precotto: innanzitutto il cast di prim'ordine, che mette di fronte due pezzi di cinema quali Norton ed Hopkins. Il secondo conferma in pieno tutte le sue abilità, nonostante una sceneggiatura non sempre all'altezza; il primo è un detective sostanzialmente stereotipato, ma gli occhi scavati esprimono sincera sofferenza. Emily Watson inserisce la sua classe nell'interpretazione della ragazza non vedente; su tutti c'è Ralp Fiennes, psicopatico bestiale e meraviglioso. Qui risulta evidente l'occhiolino a Norman Bates, nell'estetica della casa e nel parente-tiranno che marchia a fuoco l'infanzia del mostro (in questo caso la nonna, ma i territori sono gli stessi). Alcune sequenze illuminano tutta la confezione: l'intuizione improvvisa di Graham, riguardo all'agghiacciante utilizzo degli specchi nei delitti; l'intera sequenza dell'uccisione del giornalista, che rimane indubbiamente la migliore; il confronto finale tra il serial killer e l'investigatore, che per salvare il figlio è costretto ad un disperato stratagemma. Hannibal Lecter si conferma conturbante figura di contorno; non a caso quando calza il ruolo di protagonista ("Hannibal" di Ridley Scott) finisce per smarrire frammenti del suo carisma. Su tutto, una spruzzata di letteratura, attraverso l'opera di William Blake; il poeta inglese alimenta i crepiti della follia nella mente dell'assassino, suggerendogli la sua sanguinaria condizione evolutiva (da uomo a drago). Nell'incendio della casa, poi, il cerchio di fuoco è elemento purificatore; Dolarhyle arde il suo ultimo lato umano (esplicitato nel rapporto con la ragazza), in preparazione alla strage finale. La conclusione non spara i fuochi d'artificio, ma è in un certo senso da ammirare; la smania di stupire a tutti i costi subisce un rovesciamento, chiudendo il film in maniera misurata, apprezzabile senza porsi sopra le righe. Inevitabile, per hollywoodiane esigenze, che Hopkins abbia l'ultima parola; dall'antro in cui è rinchiuso, il mostro continua l'esercizio del verbo. Strizzata d'occhio finale: "Red Dragon" chiude il sipario dove comincia "Il Silenzio degli Innocenti". Il citazionsimo è esplicito, ma senza rivelarsi ingombrante o fuori luogo. Voto: 6,5 Regia: Brett Ratner. Gli interpreti: Anthony Hopkins, Edward Norton, Ralph Fiennes, Harvey Keitel, Mary-Louise Parker, Emily Watson, Philip Seymour Hoffman. Durata: 130 min. Anno: 2002. Paese: USA. |