Vanilla Sky
Recensito da: Emanuele Di Nicola
David Aames (Tom Cruise) dirige una casa editoriale, è bello ricco famoso.
Decisamente troppo: un giorno Julie (Cameron Diaz), la sua compagna di
scopate che è follemente innamorata di lui, si "suicida" insieme a lui
lanciandosi da un ponte con l'automobile. Il suo peccato è il tradimento,
consumato con la ballerina Sofia (Penelope Cruz); ma ecco che David,
miracolosamente salvo ma sfigurato dopo l'incidente, con una maschera che
cela il suo volto, si trova davanti al dottor McCabe (Kurt Russel). E'
accusato di omicidio, lo psichiatra tenta di farlo crollare; ma chi ha
ucciso? E perché? Cos'è realtà e cos'è finzione? Ma soprattutto, cos'è il
Cinema per Cameron Crowe? Il regista di "Quasi Famosi" gira un semi-remake
dell'opera spagnola di Alejandro Amenabar, "Apri gli occhi", film onirico e
fascinosamente contorto, traducendolo nell'alfabeto americano. Vale a dire:
tutto diventa comprensibile, ogni nodo narrativo viene al pettine con
puntuale e meticolosa spiegazione, la fantasia dello spettatore muore in un
angolo. E ancora: dopo due ore di pellicola, a scopo evidentemente
riepilogativo, sbuca dal cilindro un burattinaio ("supporto tecnologico",
per l'esattezza), incaricato di tirare le fila del film. Il presupposto
sotterraneo della narrazione, quindi, è che la platea sia celebrolesa:
incapace di comprendere qualsiasi linguaggio filmico non venga
accuratamente sillabato. Forse in quel di Hollywood temono a tal punto la
sindrome di David Lynch (ovvero: tendenza a rendere la propria opera un
gorgo onirico, indecifrata e indecifrabile - vedi "Strade perdute" o
"Mulholland Drive") che, per scongiurare tale pestilenza, non sanno
astenersi dall'imbeccare costantemente lo spettatore. Il quale, alla lunga,
finisce per non gradire tale atteggiamento.
Non si può parlare di "Vanilla Sky" astenendosi dal citare il cinema
francese di Francois Truffaut; Crowe evidentemente lo ama, dato che tende a
ricordarlo nella media di una scena su quattro. Il motivo di sottofondo del
suo film fa costantemente l'occhiolino a "La mia droga si chiama Julie"
(pessimo titolo italiano per "La Siren du Mississipi", 1969); un uomo, in
cerca di moglie, conosce una donna attraverso un inserto pubblicitario,
inaugurando una torbida storia di sangue e morte. Ecco quindi l'intuizione
della figura femminile che porta scompiglio; ma è soprattutto "Jules e Jim"
(1961) a permeare il lavoro di Crowe. Qui le citazioni sono esplicite:
nelle sue stanze private, David tiene affissa al muro la locandina in
formato gigante. Ancora: la scena dell'incidente/suicidio, ovvero la parte
realmente riuscita di "Vanilla Sky, è un reverenziale omaggio alla sequenza
finale del capolavoro di Truffaut; invece della splendida Jeanne Moreau qui
c'è Cameron Diaz, sulla quale vale la pena di spendere una manciata di
righe. Eh sì, perché nella zona di Hollywood non sono molte le splendide
donne capaci di rivelarsi anche espressive: prova vivente ne è Penelope
Cruz, che qui si limita alla sua sensualità. La Diaz invece è bravissima:
l'interpretazione è di alto livello, è una Jeanne Moreau post-moderna
innaffiata di un esistenzialismo scuro e disperato. La domanda su cui
poggia il cielo color della vaniglia, infatti, è ancora una volta
estrapolata dal cervello di Truffaut: "cos'è la Felicità per te, David?",
gli chiede Julie poco prima dell'attimo fatidico. Ma egli non può
rispondere; non conosce questo sentimento, se non in una dimensione
ultraterrena, lucidamente onirica. Ed è nella condizione di freak, deforme
e barcollante, che arriva a rimpiangere l'oziosa scelta di immobilità della
sua esistenza; in favore del suo istinto "dandy" ha scelto di ammazzare il
sentimento. Facendo un paio di conti, possiamo affermare che il regista
abbia preso un'opera (discretamente) riuscita, ricalcandone le orme senza
ritegno; il cast è semplicemente una parata di divi -non importano le loro
capacità recitative- per assicurare il $ucce$$o al botteghino; la trama è
infarcita di domande esistenziali, capaci di acchiappare per le orecchie lo
spettatore in crisi esistenziale di ogni età. E' dunque facile liquidare
"Vanilla Sky" come un basso calcolo commerciale; ma fra le righe della
narrazione affiora il gioco delle citazioni, modesto e mai ingombrante, che
finisce per divertire il cinefilo. Si va dall'antico (Truffaut) fino al
moderno: il Cruise mascherato non ricorda forse la lunga sequenza dell'orga
di "Eyes Wide Shut"? Tutto questo non riesce tuttavia a scongiurare un
finale sostanzialmente sbagliato, che si rivela una lunga, a tratti
smielata, elucubrazione fantascientifica; né riscatta Tom Cruise e Penelope
Cruz (per la seconda volta nello stesso ruolo, dopo il film di Amenabar),
che insieme non raggiungono un mignolo di Cameron Diaz. "Vanilla Sky" vive
di alcuni momenti che valgono, altri che si accartocciano su sé stessi,
accasciati sull'infecondo terreno dei cliché. Crowe spruzza di musiche
azzeccate, estetica da videoclip ed esasperato divismo un soggetto che non
è suo: è un'idea di Cinema che non condivido, ma gettare il risultato di
quest'opera nell'immondezzaio sarebbe un atto intellettualmente disonesto.
Voto: 6
Regia: Cameron Crowe.
Gli interpreti: Tom Cruise, Penélope Cruz, Cameron Diaz, Kurt Russell, Jason Lee, Noah Taylor, Timothy Spall, Tilda Swinton, Michael Shannon, Delaina Mitchell.
Durata: 135 min.
Origine: USA
Anno: 2001.
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