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28 giorni dopo |
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Regia: Danny Boyle.
Gli interpreti: Cilian Murphy, Naomi Harris, Christopher Eccleston, Megan Burns.
Titolo originale: 28 Days Later.
Durata: 112.
Anno: 2002.
Paese: Gran Bretagna / USA.
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Recensito da: Emanuele Di Nicola
Un branco di ambientalisti libera le scimmie rabbiose di un laboratorio,
senza calcolare il rischio d'infezione; 28 giorni dopo il giovane Jim si
risveglia in una stanza d'ospedale. Londra è deserta: la fine del mondo,
oppure molto peggio. Danny Boyle, voce rabbiosa della controcultura di
Trainspotting (ma lì la storia era di Irvine Welsh), torna sugli schermi
dopo il modesto The Beach. Gli zombi di Romero incontrano la fantascienza
post-apocalittica, in un sinistro clima di disaster movie galoppante;
continue sono le citazioni dai classici del genere (la trilogia dei morti
viventi), filtrate dall'occhio di una regia a tratti fantasiosa. Il padre
che tenta di proteggere sua figlia finisce infetto, attraverso una malefica
goccia di sangue dal becco di un corvo del malaugurio; la macchina dei
protagonisti prosegue lanciata verso il nulla, ma improvvisamente irrompe
all'interno di un quadro; la cartolina di Manchester fumante è un girone
d'inferno. A ben vedere, Boyle non si rinnova né inventa nulla: la
cattiveria dell'uomo contro l'uomo, la degenerazione dei rapporti sociali
(progressivo deterioramente all'interno della base militare) erano già
sviscerati sulla sabbia con Di Caprio, il protagonista Cillian Murphy
richiama fisicamente Ewan McGregor tossico e corroso, la sfida ai
vomitevoli infetti può essere una tranquilla scena di guerra. Il tutto
girato fra accelerazioni e rallentamenti, sguardi torvi sotto la pioggia
verso la resa dei conti finale, giustizia sommaria ma pur sempre giustizia
nel finto disegno da tragedia: presto si insinua il sospetto
dell'operazione di maniera, dove il primo tempo è nettamente migliore del
secondo, ma tutto è già adagiato da qualche parte nella memoria della
platea. Si ricordano alcune scene effettivamente potenti (il mite Frank si
dimena in preda alle convulsioni: antitetico preludio della sua morte), ed
almeno una scelta narrativa degna di nota (la sorte iniziale di Mark: anche
i buoni vengono fatti fuori); ma rimane l'impressione che Boyle insista
astutamente sulla sua etichetta di emergente regista "maledetto",
risultando in realtà un falso apocalittico (il finale è un'ammissione di
colpa). Studiato presuntuosamente per piacere ad un determinato tipo di
pubblico, il film è meno coraggioso di quello che sembra: il saluto
conclusivo dissolve nel buonismo ogni spunto creativo, infettando
definitivamente le carni dell'americanata in smania di cult. Hello: se il
mondo è nel baratro, è ancora possibile la famiglia del Mulino Bianco?
Voto: 6
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Recensito da: Luca Baroncini
Dopo la non entusiasmante parentesi americana (ma "The Beach" e' stato
esageratamente bistrattato), Danny Boyle torna in patria e realizza un
film a basso budget, sulla carta accattivante. Si racconta infatti di
un ragazzo che si sveglia in una Londra deserta, in cui gli abitanti
sono stati sterminati da un incontrollabile virus trasmesso da scimmie
infette. Un virus che in pochi secondi trasforma le malcapitate
vittime in belve assetate di sangue. Girato in tempi non sospetti,
quando la Sars non riempiva ancora le pagine dei giornali, il film
passa presto dal genere "survivor" al genere "morto ambulante", fino a
degenerare in un pessimismo, solo cammuffato dall'appiccicato
happy-end, tanto greve quanto gratuito. Appurata l'assenza di
qualsiasi originalita', non si riesce nemmeno a trovare consolazione
nelle immagini. Danny Boyle e' bravo a disporre gli attori, a
combinare i colori, a scegliere inquadrature inconsuete, ma l'abilita'
e l'estro della regia non sono supportati dalla resa visiva,
penalizzata da un utilizzo del digitale di scarsa efficacia. In
genere, infatti, il digitale avvicina lo spettatore allo schermo,
eliminando il filtro magico della pellicola e rendendo reale, o
perlomeno piu' "vero" e credibile, l'artifizio. Nel film di Boyle,
invece, ci si ritrova nella stridente situazione di un maggior
realismo visivo che cozza inesorabilmente con l'anti-realismo di
personaggi, situazioni e dialoghi. La donna tosta e incazzosa, il
papa' buono, la ragazzina fragile, i soldati kattivi, le improbabili
fughe, i botta e risposta ad effetto, avrebbero trovato una dimensione
piu' adatta nella cornice di una fotografia pulita e convenzionale
(anche se le sgranature, oltre che brutte se non giustificate dalla
narrazione, si stanno imponendo come nuova convenzione). Cosi' invece
ci si ritrova in un plot banalotto che naviga nel videoclip del gia'
visto. Qualche momento di tensione c'e', non abbastanza comunque per
appassionarsi ai personaggi e al loro destino. In debito nei confronti
di tutti gli horror a base di zombi, il film pare ripercorrere la
carriera di George A. Romero (ma saranno citazioni o mancanza di
fantasia?) e finisce per diventare un "Resident Evil" al contrario:
cio' che la' viene scoperto alla fine e' qui l'assunto di partenza.
Meno onestamente usa e getta, pero', e con il velleitario proposito di
avere pure qualche cosa da dire.
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