Recensito da: Emanuele Di Nicola
"Yo Bro, come ti butta bello?" "Ci sto dentro!". Fra le note di un
doppiaggio ad effetto grottesco, l'occhio meccanico spia le macerie del
sogno americano. Detroit, sotto il cielo di immondizie. I vicoli oscuri, le
risse, il degrado morale. Qui si aggira B-Rabbit, che ha una madre
degenere, che fa di tutto per incidere il suo demo, che ha una manciata di
problemi con le donne (troppo zoccole per i suoi gusti): questo e poco
altro, nell'abbraccio del sogno americano divenuto incubo. Eminem è
diventato famoso sulla scia di "The Marshall Mothers LP" (cd di esordio) ed
il successivo "The Eminem Show"; fenomeno tutt'altro che raro nel mondo
hip-hop, è davvero cresciuto nel ghetto sotto lo sguardo severo di una
madre odiosa, spesso denigrata nei testi delle sue canzoni, che finì per
trascinarlo in tribunale. Partono da spunti reali anche i problemi con le
donne: Kim Mathers decise di divorziare definitivamente da lui dopo
l'incisione di "Kim", splendido brano in cui immagina di strangolarla.
Eppure -come racconta il pezzo stesso- lui senza le donne non può vivere:
"I don't wanna go on / living in this world / without you". Il film è una
sfida continua: all'hip-hop, di cui è manifesto cinematografico, alla
possibilità di emergere, ad un'esistenza crudele e l'illusione di virare
verso altri lidi. Pugni e freestylers, amici e nemici: tutto scorre sotto
lo sguardo fisso di Eminem, che mantiene per tutta la durata della
pellicola (2 ore sfiorate) l'occhiataccia cattiva da bad boy. Oltre a
questo, niente lascia intuire una vaga condizione di attore, nella
prevedibile staticità dell'interpretazione. Kim Basinger calza lo
stereotipo di una "mater familias" devastata dalle coltellate della vita,
fra lacrime, sbornie e grugni incazzati, senza regalare nessun guizzo in
particolare. Il tutto è filmato da Curtin Hanson, già regista-prodigio di
"L.A. Confidential", che qui si mette al servizio della trama, cucendola
addosso ad Eminem: ma la macchina da presa in un paio di casi non
rinuncia a divertirsi, soprattutto negli squarci insistenzi sulla
degradazione, un bagno pieno di scritte, la spazzatura ai bordi delle
strade. Presto ci si accorge che Eminem continua ad aggirarsi per il film,
senza che accada in realtà nulla particolare: una lite, una scopata, una
gara di rime (divertente quella conclusiva). Dopo un'ora netta in cui non
succede praticamente nulla, il rapper affronta gli spintoni della
quotidianità con lo stesso identico look e la stessa espressione (facciale,
ma non solo); la sua sagoma patinata, troppo poco spontanea per non
sembrare artificiale, insinua il dubbio che questi non siano problemi veri,
ma elucubrazioni costruite ad arte (?) intorno ad un personaggio mediamente
famoso ed apprezzato. Il problema è che l'8 Mile non si limita a perdersi
nei labirinti del rap (come sarebbe stato giusto, ed auspicabile); pretende
infatti di diventare un film vero, con storia trama e svolte come tutti i
film veri. Hanson non è però in grado di tessere nessuno di questi
requisiti, rimanendo insidiosamente impantanato nel bieco stereotipo, il
telefonatissimo deja-vù, la rappresentazione di maniera. Gli appassionati
si godranno i pezzi di Eminem (alcuni onestamente spettacolari), che hanno
fortunatamente mantenuto la loro versione originale in slang americano; ma
una problematica Detroit rimane semplice scenografia, la lotta per la
sopravvivenza nel ghetto si ferma a diverse miglia dalla struttura
cinematografica; non è una macchina da presa a fare l'opera, ma può essere
sufficiente per sbancare il botteghino. E non venitemi a parlare di film
d'autore.
Voto: 5
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