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A Proposito Di SchmidtRecensito da: Mirko Bedognè
Mentre qualcuno si interroga sul fatto se sia possibile o meno al giorno d'oggi infiammare le platee con opere che non propongano battaglie epiche, sangue a fiotti e quant'altro sia in qualche modo espressione della violenza latente in questo mondo, Alexander Payne propone un piccolo capolavoro di minimalismo e semplicità. A proposito di Smidth racconta le vicissitudini di un neo pensionato all'indomani della morte della moglie, amata/odiata compagna di una vita; proiettato, nello spazio di poche ore, all'interno di un universo completamente nuovo, Warren Smidth si ritrova a ragionare su di un'esistenza, la sua, alla quale sembra essere stato totalmente estraneo(chi è questa donna che dorme nel mio letto?). Il tema della vita che ci vive( con i palazzi inquadrati sempre dal basso ad evidenziarne l'opera reificatrice) emerge con prepotenza e l'alienazione che si cela dietro le nostre quotidiane e inseparabili abitudini, assume, nel momento del risveglio della coscienza, un peso insopportabile; unica via di salvezza: la fuga!, verso quelle tappe intermedie-famiglia, scuola, passioni-che hanno determinato il risultato finale. Il viaggio di un superbo Jack Nicholson, che forse per la prima volta mostra il lato più triste e decadente di sé, è un viaggio a ritroso alla ricerca di significati primigeni che ormai sfuggono alla mediocre esistenza di ognuno di noi. Warren Smidth sente improvvisamente il bisogno di re-impossessarsi della propria vita, decidendo di correre in aiuto della figlia che sta per sposare un uomo che lui odia e che non ritiene capace di poter contribuire alla sua felicità: ma la saggezza non si può insegnare a nessuno, va esperita sulla propria pelle! Payne ci mostra l'impossibilità di intervenire su quei processi di maturazione che riguardano noi stessi e che il diretto coinvolgimento, ci propone deformati prospetticamente. Come una macchina fotografica che ha bisogno delle giuste regolazioni per mettere a fuoco l'oggetto dei suoi desideri, la vita abbisogna delle giuste esperienze per meditare serenamente su se stessa. Da questo punto di vista il film non appare mai consolatorio, con Smidth che non riesce a dire o fare la cosa giusta in nessuna occasione. Anche il rapporto che lo lega allo sconosciuto bambino africano, Ndogu, che ha deciso (senza probabilmente saperne fino in fondo il perché),di adottare a distanza, diviene, in primis, una valvola di sfogo per la sua rabbia e i suoi rancori: un progetto nuovo nel quale riporre speranze e sentimenti personali. Il regista sceglie di non raccordare mai il registro visivo con quello audio e le immagini vengono puntualmente disattese dai dialoghi e dai monologhi(così se Smidth decide che è ora di non buttare più via il poco tempo che ancora ha a disposizione, l'inquadratura successiva ce lo mostra mentre dorme di un sonno che dura per settimane; oppure se il suo sguardo, al matrimonio della figlia, è quasi deformato per la voglia di urlare a tutti la sua disapprovazione per ciò che sta accadendo, il suo discorso sarà invece totalmente conciliante e d'approvazione). La vita sembra rotolare vorticosamente e portarci verso strade che non si capisce più quanto siano scelte o meno, e se l'inquadratura finale ci mostra l'innocente disegno di un bimbo lontano che descrive la propria gioia a chi neanche conosce, in sala qualche lacrima cade leggera(d'altronde il cinema ha le sue regole), ma anche stavolta ci si rende conto che la differenza, una volta nella vita, la si fa senza accorgersene: coscienza dell'incoscienza! Recensito da: Luca Baroncini Qualche anno fa Alexander Payne ha scritto e diretto "Election", liquidato velocemente come "filmetto" e praticamente ignorato dalla distribuzione italiana. In realta' il lungometraggio era si' una commedia, ma dietro un'apparenza di film per teenager (per altro non per forza disprezzabile) fotografava con arguzia la societa' competitiva in cui siamo immersi, evitando strade consolatorie e non scadendo nel facile dramma. L'arma di Payne e' l'ironia: un sorriso beffardo per scavare nelle pulsioni, non sempre edificanti, dell'animo umano. Lo stesso taglio corrosivo, ma pacato, e' alla base di "A proposito di Schmidt", che non parla di vecchiaia, o perlomeno non solo, ma racconta la non facile presa di coscienza di un uomo che, dopo essere andato in pensione, si ritrova solo come un cane. L'approccio e' molto lontano dagli standard hollywoodiani: nessun evento epocale, nessun personaggio ricchissimo dentro ma non capito da un mondo crudele che lo umilia fino alla impossibile ma inevitabile rivincita finale. Il protagonista e' infatti un uomo gretto che ha sempre vissuto in nome di una placida apparenza: una vita concentrata sul lavoro, con poco spazio per gli altri ma anche per una reale gratificazione personale. La sceneggiatura evita le trappole della redenzione del perdente: nessun personaggio e' "buono" o " cattivo". Tutti sono "tremendamente gentili", ma la cortesia affettata pare coprire una dolente solitudine e diventa un disperato tentativo di sentirsi vivi, di distinguersi positivamente dagli altri. La narrazione e' scandita da momenti corali (la festa per la pensione, il funerale della moglie, il matrimonio della figlia) in cui la forma ha il sopravvento: chiunque prende la parola spreca aggettivi come "eccezionale" e "straordinario" riferendoli a situazioni e persone che di eccezionale e straordinario non hanno nulla. Un trionfo della mediocrita' come rifugio a un vuoto emotivo che finisce con il diventare incolmabile. Basta pensare che per il protagonista l'unica reale via di fuga alla deriva in cui vegeta e' il rapporto epistolare con un bambino adottato a distanza: un interlocutore che ascolta in silenzio, una comunicazione ridotta a monologo. Molto ben scritto (dallo stesso Payne insieme a Jim Taylor), diretto con sobrieta', il film e' sorretto dalla vigorosa interpretazione di Jack Nicholson. Ruolo perfetto ma a rischio gigioneria; l'attore, pero', non prevarica il personaggio che, grazie al cielo, non si trasforma in un Joker della terza eta'. Nonostante il carisma dell'interprete, infatti, non si pensa (quasi) mai di guardare Jack Nicholson che fa un vecchio pensionato, ma si entra in sintonia con il personaggio e con il suo stato d'animo. E questa immedesimazione lascia un senso di profonda desolazione, acuito dalla tristezza della provincia americana, con le sue casette perse tra paesaggi sconfinati e egoismi cittadini. Qualcosa potrebbe cambiare, ma forse e' troppo tardi! Regia: Alexander Payne. Gli interpreti: Jack Nicholson, Hope David, Dermot Mulroney, June Squibb, Kathy Bayes, Howard Hesseman, Christine Belford. Anno: 2002. Durata: 125 min. Paese: USA. |