Chicago



Regia: Rob Marshall.
Gli interpreti: Renee Zellweger, Richard Gere, Catherine Zeta-Jones, John C. Reilly, Queen Latifah, Christine Baranski, Taye Diggs, Dominic West, Lucy Liu, Deidre Goodwin, Mya Mona, Marc Calamia, Denise Faye, Colm Feore, Edgar Godineaux, Mike Haddad, Sebas.
Titolo originale: Chicago.
Durata: 113.
Anno: 2002.
Paese: USA.



Recensito da: Emanuele Di Nicola
A volte ci poniamo verso alcune opere offuscati dai pregiudizi. Può essere il caso di "Chicago", firmato dall'esordiente Rob Marshall: incredibilmente le 13 Nomination all'Oscar (dove prevedibilmente sbancherà) rischiano infatti di sortire l'effetto contrario. Colpa di un lungo filone di film discutibili, che sono stati incensati negli anni oltre il dovuto: dalla titanica commercialata di James Cameron fino all'appena onesto "A beautiful mind", passando per inguardabili tigri e dragoni volanti e gladiatori fuori tempo e fuori luogo. L'opera di Marshall (accoppiata al capolavoro di Scorsese) è l'eccezione che conferma la regola: il film è veramente bello.
La storia è poca cosa: Roxy Hart vuole diventare famosa a colpi di jazz, ma uccide l'amante dopo un diverbio e finisce a godersi il sole a scacchi. In galera con lei anche Velma Kelley, soubrette affermata costretta in quel luogo per un'altra storiaccia di corna; a difendere tutte e due, l'avvocato Billy Flinn, signore del danaro e della mistificazione: "Se Gesù Cristo fosse vissuto oggi a Chicago con 5.000 dollari in tasca, le cose sarebbero andate diversamente".
Cominciamo col dire che durante la visione un certo tipo di dogmatismo cinematografico deve essere messo da parte: è assolutamente vero che Hollywood si trova un po' alle strette, per dover trasformare in film un celebre musical teatrale con contorno di volti noti (in effetti potevamo andare a teatro), oppure per abbinare di nuovo Gere al jazz dopo "Cotton Club" di Coppola. Si può affermare che il musical è morto con Liza Minelli, e la sindrome della resurrezione -testimoniato anche "Mouline Rouge" di Baz Luhrmann- diventa presto lo sterile spasmo di un cadavere. Assolutamente condivisibile è anche il carattere americano della messinscena, che però non si pone mai come caratteristica negativa: la cura dei dettagli è assoluta, il meccanismo dei personaggi rigoroso e coinvolgente, lo stile straripa come un fiume in piena. Non ricordavo in sala un primo tempo così divertente da qualche anno: l'apertura è semplicemente folgorante. Cullata nella semioscurità, stuprata dalla luci della ribalta, Catherine Zeta-Jones ti ipnotizza con un semplice ammiccamento del bacino; a ruota, entriamo nell'ambiente carcerario, dove si articolano gli acuti migliori. In una distesa di scoppiettante desolazione, si delinea la mastodontica figura della carceriera Mama Morgan, celata dietro il fisico della rapper Queen Latifah, in una delle migliori interpretazioni dell'anno (il balletto è memorabile, vorresti essere fra il pubblico a spellarti le mani). Senza interruzione, ecco lo splendido tango delle assassine, ovvero: l'elogio della passione rosso sangue, dove ogni donna arriva a riprendersi ciò che le spetta, innocente anche nella palese colpevolezza. Lo spettacolo continua: sulle onde di un teatro di burattini manovrato ad arte da Richard Gere, oppure nella malinconica ballata dell'uomo di cellophan, stupido d'amore e rimpianto. Una leggera stonatura del pentagramma si avverte dopo l'intervallo, ma è ampiamente perdonata quando Renée Zellweger (bridget jones dimagritissima e con i seni rimpiccioliti) completa la sua metamorfosi in una moderna Marilyn Monroe. Prima della chiusura Gere deve esibirsi nel celebre tip-tap, per finire sudato e stravolto; fortunatamente non sgrana eccessivamente gli occhioni, rimanendo nei territori di uno stereotipo spassoso ed aggressivo. La regia compie le consuete giravolte, aiutata da un paio di colpi ad effetto della sceneggiatura (i migliori sfociano in un'irresistibile blasfemia): un trucchetto giornalistico confonde volutamente il verdetto del processo, con l'abilità di un consumato prestigiatore. La chiusura sofferma la lente sulla retorica dell'inarrestabile arrivismo, che abbiamo ampiamente ascoltato altrove: ma la stordente, colorata, iconica potenza dell'ultima scena diventa il manifesto di questo film, alla rincorsa del successo a tutti i costi, ma in definitiva meritato.

Voto: 8

Recensito da: Luca Baroncini
La stampa e il marketing hanno creato il caso "Moulin Rouge", definendolo come l'ultimo musical possibile. Un caleidoscopio di colori unito alla contaminazione di generi musicali diversi, e in apparenza inaccostabili, in grado di rompere con la tradizione del passato. Per molti, l'unico modo per adattarsi alle dita prensili delle giovani generazioni, abituate a tambureggiare sui tasti del telecomando per passare senza sosta da un programma televisivo all'altro e incapaci, a quanto si dice, di seguire con interesse sequenze prive di almeno uno stacco ogni cinque secondi. In realta' il musical e' patrimonio genetico del cinema americano e, se "Moulin Rouge" lo ha in qualche modo reinventato, non si deve andare poi troppo indietro nel tempo per trovarne uno di successo. Basta pensare a "Evita", di Alan Parker, che e' del 1996 e si puo' considerare un esempio riuscito di narrazione in musica apprezzato anche dal pubblico; segno quindi tangibile dell'intramontabilita', pur con alti e bassi, del genere. Con "Chicago" Rob Marshall, regista teatrale di successo, compie un'operazione che unisce sfarzo, talento e furbizia e riprende, per fortuna in stile tutt'altro che "dogma", l'idea alla base di "Dancer in the dark". La protagonista, infatti, come la Selma del film di Lars von Trier, vorrebbe vivere in un musical e tutte le performance proposte sono frutto della sua fantasia: una sgargiante interpretazione della realta' in contrapposizione allo squallore del presente. La grande abilita' del regista e' di orchestrare con certosina perizia i passaggi tra i vari livelli della narrazione. In questo senso il montaggio e' davvero strepitoso per fluidita' e complessita'. Nonostante le tante invenzioni visive, pero', il film pare arrivare ormai fuori tempo limite. Non tanto perche' musical, anzi, ben vengano personaggi che di colpo interrompono la linearita' del racconto per rifuggire nel canto, quanto per l'odore di naftalina che si respira. A partire dall'ambientazione, con i soliti anni del Proibizionismo rappresentati da locali fumosi ad alta gradazione alcolica e riempiti da personaggi incapaci di uscire dallo stereotipo (l'avvocato senza scrupoli, la Mamy, la gatta morta, la vamp, il marito cornuto); fino alla sceneggiatura, che segue il piu' classico degli schemi con l'immancabile processo dalla pubblica risonanza a sciogliere i fili della vicenda. Inoltre "Chicago" punta su una satira di costume vecchia come il cucco (l'inflazionato mix di sesso&potere, aggiornato ai tempi nella fame di successo delle due protagoniste) e su un cinismo piu' formale che sostanziale. Anche la musica, quasi completamente jazz e priva di un motivo trainante, si dimentica in fretta e lo show ripesca da vecchi armadi lustrini e paillettes senza troppa ironia. Gli interpreti si prestano con volonta' e disinvoltura alla non facile prova del canto e del ballo, anche se Renee Zellweger ripropone il suo campionario di smorfiette e moine sempre piu' insopportabili, mentre Catherine Zeta-Jones sfodera, oltre a un corpo da matrona del tip-tap, una grinta da leonessa. Richard Gere non sfigura, pur senza brillare, nel ruolo del cinico avvocato. Tra i vari numeri musicali, a lasciare il segno e' "Cell Block Tango", in cui le detenute in attesa di giudizio raccontano come sono finite in carcere e che sintetizza la grande padronanza del mezzo cinematografico da parte del regista.
In un anno minacciato dai venti di guerra, dove il cinema sembra dover assolvere la funzione di distogliere il pubblico dagli accadimenti reali, "Chicago" potrebbe essere il candidato ideale per fare incetta di statuette. Come dire, se non puoi convincerli, confondili!