Cose di questo mondo

 
 

Regia: Michael Winterbottom.
Gli interpreti: Jamal Udin Torabi, Enayatullah.
Titolo originale: In This World.
Durata: 90.
Anno: 2002.
Paese: Gran Bretagna.

 
 
 
  Recensito da: Emanuele Di Nicola
Peshawar 2002. Un gruppo di profughi afghani vivono rifugiati nella città pakistana; il loro sogno è raggiungere Londra, e si mettono in viaggio. Dal 4 aprile arriva nelle sale italiane Cose di questo mondo (titolo originale: In this world), documentario-verità girato dall'inglese Michael Winterbottom sulla scia di Viaggio a Kandahar di Makhmalbaf. Già vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino, la pellicola invade le sale europee proprio nel mezzo della crisi irachena, puntando la lente bellica su un tragico passato prossimo. Nel film l'Afghanistan, a seguito dell'attacco americano, è stato ormai abbandonato; i due profughi protagonisti, Enayat ed il giovane Jamal (16 anni), rivendicano semplicemente il diritto ad un'esistenza normale. Inizia così la loro odissea, composta da posti blocco alla frontiera (da corrompere con il pegno di un walkman), lunghi tragitti su un camion di arance, drammatici soggiorni nella stiva buia di una nave. Con la telecamera perennemente tremolante, come per rendere la precarietà dell'avventura, si attraversa Pakistan ed Iran, Turchia e Francia, fino ad arrivare all'Inghilterra. Senza dimenticare l'Italia: il rigoroso realismo di Winterbottom tratteggia una Trieste drammatica ed ostile, dove lo sbarco di uomini rappresenta semplicemente una questione del mercato ("Come un bambino? Che ne facciamo del bambino?", sbotta uno dei camionisti). Su tutto questo, sono disseminate le impronte della graduale occidentalizzazione del mondo orientale: da uno scaffale di sterei all'interno di un negozio, fino alla metamorfosi del protagonista, costretto a cambiarsi di abito e rinunciare alla sua nazionalità per continuare il viaggio. Il primo tempo mantiene i toni lenti dell'introduzione, inciampando spesso in un eccesso di realismo, che diventa automaticamente artificioso paralizzando gli spunti narrativi (interminabili le scene degli spostamenti da una città all'altra); dopo un lungo periodo in cui gira a vuoto, nella seconda frazione che l'opera spicca decisamente il volo, abbracciando una svolta drammatica che le conferisce un certo spessore. Qui si collocano anche le migliori intuizioni cinematografiche, come la sequenza della buia notte nevosa o i lamenti che si levano dall'oscurità della nave, senza lasciar intuire alla platea la reale situazione. Non c'è nessun Europa splendente di civiltà, ma un continente rappresentato attraverso campi profughi e scantinati; riuscire a spuntarla nel girone infernale è questione di resistenza e di fortuna, e non tutti i protagonisti vi riusciranno. Il realismo si mantiene fino in fondo: i due interpreti principali (Jamal Udin Torabi e Enayatullah) sono veri profughi pakistani di etnia pashtun. Dice Winterbottom: "Volevo mostrare cosa devono affrontare i profughi prima di arrivare nel nostro paese. Se la gente lo sapesse, avrebbe maggior rispetto nei loro confronti". Da qui la sua opera, filmicamente riuscita a metà ma moralmente crudele e necessaria, che smette di essere film e diventa denuncia sociale: è un monito sinistro agli effetti collaterali della guerra, destinati a riproporsi soprattutto in tempi come questi.
Voto: 6