Il fiore del male



Regia: Claude Chabrol.
Gli interpreti: Nathalie Baye, Benoit Magimel, Suzanne Flon, Bernard Le Coq, Melanie Doutey, Thomas Chabrol.
Titolo originale: La Fleur Du Mal.
Anno: 2002.
Durata: 104 min.
Paese: Francia.



Recensito da: Luca Baroncini
Claude Chabrol, abile cantore dei misfatti dell'alta borghesia, continua la sua opera di sottile denuncia cinematografica. Questa volta, pero', il risultato non suscita particolare entusiasmo. La storia prevede l'intrecciarsi di due dinastie familiari che da generazioni non riescono a evitare ambigui legami. L'aspetto piu' interessante del lungometraggio e' lo stravolgimento dei generi: si apre con un cadavere, vira alla commedia sociale e potrebbe evolversi in un dramma, ma i toni pacati hanno sempre il sopravvento. Si raccontano delitti, amori passionali, tradimenti, possibili incesti, ma lo spettatore e' sempre testimone di una misura in grado di razionalizzare qualsiasi evento. Il taglio, non certo originale, ben si adatta alla classe sociale rappresentata, dove le pulsioni indossano gli abiti stretti del sorriso a spigoli, e il film scivola leggero nonostante la grevita' dei fatti (piu' che altro) suggeriti, ma la pacatezza diventa una sorta di ovatta incapace di racchiudere emozione. Anche la critica sociale arriva tra le parentesi del gia' visto e gia' sentito: scheletri nell'armadio, con gli stessi scheletri e lo stesso armadio di una miriade di film piu' incisivi. Torna alla mente il riuscito "Gosford Park", dove il delitto era tutt'altro che centrale e lasciava il posto a un'efficace analisi sull'inconciliabilita' tra aristocrazia e servitu'. Anche nel film di Altman di concreto non accadeva molto, ma i dettagli, la caratterizzazione dei personaggi e una strepitosa sceneggiatura riuscivano a pungere. Nel film di Chabrol, invece, i personaggi sono tutti artificiosamente anestetizzati e finiscono per essere sovrapponibili. La recitazione sussurrata diventa un'inevitabile conseguenza, all'inizio apprezzabile perche' ammantata di ironia, poi sempre piu' forzata e distante, sia dalla concretezza degli eventi narrati che dallo spettatore. Tra i momenti migliori, l'idea di flashback solo sonori e privi di memoria visiva, qualche sottigliezza di scrittura (non sapremo mai chi e' l'autore dell'infamante volantino) e la decisione di chiudere il film un attimo prima della resa dei conti definitiva, lasciando i personaggi sospesi verso un destino ormai irrimediabilmente segnato. Quanto alla confezione, non brilla per ricercatezza e sconta qualche sciatteria (soprattutto nell'utilizzo della luce).