Recensito da: Emanuele Di Nicola
Qualche annetto fa, correva il '99, ebbi il piacere di godermi sul grande
schermo Essere John Malkovich; era la prima uscita di Spike Jonze
(pseudonimo per Adam Spiegel), regista nato nel Missuori e cresciuto a
colpi di video musicali di Bjork e dei R.E.M. In particolare, il debutto mi
aveva colpito per la capacità di andare oltre, di tessere un'impalcatura
grottesca (un burattinaio penetra casualmente nella testa di John
Malkovich, fino a creare un vero e proprio business) per poi rivoltarla a
suo piacimento. Niente a che fare con David Lynch, a cui fu affrettatamente
paragonato: la struttura di Jonze finisce rigorosamente per chiudersi, il
gioco delle citazioni è sottile e divertito, mai oscuro né disperato né
inestricabile. Adesso le sale italiane ospitano Il ladro di orchidee, che
entra nei cinema accompagnato da un equivoco: il faccione di Nicholas Cage
(troppo spesso accusato di monoespressività) accanto a quello di Meryl
Streep diffondono il contagio della facile commedia, ennesima goccia di
acqua (sporca) defluita sotto i ponti del commerciale. Colpa anche della
pessima intuizione italiana, che traduce Adaptation con un titolo per
signore: non sto a spiegare cosa sia il cinema per signore perché lo sapete
tutti, senza alcun offuscamento pregiudiziale. Innanzitutto la trama: c'è
uno sceneggiatore, Charlie Kaufman, che ha appena finito di girare Essere
John Malkovich (toh!) e si appresta ad accettare l'adattamento di un
bestseller di Susan Orlean, a proposito di John LaRoche, collezionista di
fiori sotto processo per il furto di una preziosa orchidea. Charlie è un
insicuro: balbetta, si autodefinisce "fallito", non ha successo con le
donne. L'esatto contrario del gemello Donald, intraprendente fino
all'invadenza: anche lui, di professione perdigiorno, sta scrivendo una
banale sceneggiatura commerciale sulle gesta di un serial killer. Nel
frattempo, Susan e John si ritagliano una porzione di celluloide: la
ricostruzione pubblica della loro vicenda, infatti, non corrisponde
esattamente alla realtà. Di più non posso dire, a costo di rincoglionirmi
per ricostruire l'arzigogolo che muove la narrazione (l'assassino creato da
Donald non a caso si chiama "Il decostruzionista".). Basti affermare che la
pellicola è assolutamente geniale, e dovete credermi: fin dalle prime
immagini si afferma una visione particolare, deviata distorta e deformante.
Prendiamo l'uso del flashback, centrale ed originalissimo per tutto il
film: Jonze sposta il binocolo dal presente fino al passato prossimo (tre
anni fa), passando per un'era geologica eruttante e dimenticata (quattro
miliardi di anni fa!). E' un gioco dagli effetti scottanti, perennemente
accompagnato da più voci fuori campo: lo spettatore subisce fra capo e
collo mielose considerazioni sulla vita, paragonate all'esistenza biologica
di un'orchidea. Salvo poi rivoltare tutto: è soltanto uno scherzo, il
regista non ci crede neanche un po' e si diverte a prenderci in giro. Ma
dov'è la verità? Ovviamente non ve la dico, per non rovinare la gustosa
sorpresa. La telecamera si fa beffe di sé stessa a ripetizione: si impegna
ad evitare elucubrazioni per i palati facili ma poi vi inciampa
volutamente, mostra la vita dell'industria ("La vedi quella lì? Me la sono
inculata. No, sto scherzando" mugugna il produttore) al solo scopo di
deriderla fra le righe, sottolineando in blu la condanna al culto degli
incassi (i serial killer andranno sempre di moda). Ma non basta: il regista
si mette in gioco, decidendo di dissacrare sé stesso. "Sono capaci tutti ad
infilare una voce fuori campo", si sente dire dallo sceneggiatore cinico
che tiene un corso accellerato; Jonze lo fa senza ritegno, suggerendo un
sotterraneo ghigno di compiacimento. "Il film più banale può essere
riscattato da un finale a sorpresa", recita un'altra massima: Jonze fa
anche questo, ma si tira fuori, affidantosi all'incredibile mano del Caso
per completare il mosaico. D'altronde, in una scena Charlie Kaufman
accartoccia il decalogo che il fratello ha inchiodato sopra la sua macchina
da scrivere: diventa ormai chiaro che ogni regola filmica non vale, quello
che stiamo vedendo è mistificazione, o nel migliore dei casi non ha alcun
valore. E qui veniamo alla sceneggiatura, autentica rarità nella storia
della celluloide: riporta infatti la firma di Charlie e Donald Kaufman, che
sono anche i due protagonisti della narrazione. Per la cronaca, il vero
sceneggiatore è il primo, mentre l'altro risulta pura invenzione. Gli
stessi giurati dell'Academy Awards, quando si sono ritrovati a candidare
l'opera all'Oscar, non hanno risolto l'enigma: sceneggiatura originale
oppure no? E' una trappola, perché il libro Il ladro di orchidee di Susan
Orlean esiste davvero, ma qui appare quasi per caso, tanto che la vicenda
narrata finisce per incontrarsi/scontrarsi con quella dello sceneggiatore
che la scrive. Tornando a nodi più risolvibili, Kaufman compone una
sceneggiatura "per sé stesso" in una forma di estasi fluviale: tutti i
generi si (con)fondono (è dichiarato espressamente nel film, con la
citazione di Casablanca), dall'autocompassione disperatamente comica fino
all'umorismo vero e proprio nel confronto fra i due gemelli; la scrittura
diventa surreale allo stato grezzo, per poi sterzare bruscamente sul
drammatico, senza trascurare l'esistenzialismo da quattro soldi che diventa
geniale quando si corrode da solo, nel festoso falò dall'autoironia.
Nicholas Cage, capace di recitare interagendo sul set con una pallina da
tennis al posto del suo gemello, si esalta in una duplice versione che lo
illumina di bravura, estraendolo dai territori del commerciale per lanciare
la sua parabola ascendente di attore. Meryl Streep (nelle sale anche con
The Hours) è finalmente tornata a pieno ritmo a ruoli che le competono; la
giornalista con un segreto da nascondere la sospinge verso l'ennesimo
prodigio scenico, padrona di una maestria per cui ormai da tempo si sono
esauriti gli aggettivi. Chris Cooper è un simpatico bastardo meno spontaneo
di quello che sembra; ma le citazioni continuano, dal regista (si diverte a
comparire come Hitchcock nei suoi lavori), fino a Malkovich e Cusack,
protagonisti della fortunata uscita precedente ed omaggiati nelle prime
sequenze. In sala si apprende che per un'orchidea è possibile uccidere; è
la legge dell'adattamento secondo Spike Jonze, nuovo talento ormai
completamente sbocciato. Non vi alzate quando scorrono i titoli di coda:
riservano l'ultima sopresa, autentico culmine citazionistico. E poi c'è una
dedica speciale: ma per fortuna è tutta finzione.
Voto: 8
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