Il ladro di orchidee - Adaptation



Regia: Spike Jonze.
Gli interpreti: Meryl Streep, Nicolas Cage, Chris Cooper, Tilda Swinton, Brian Cox, Judy Greer, Eric Zumbrunnen.
Titolo Originale: Adaptation.
Durata: 114.
Anno: 2002.
Paese: USA.



Recensito da: Emanuele Di Nicola
Qualche annetto fa, correva il '99, ebbi il piacere di godermi sul grande schermo Essere John Malkovich; era la prima uscita di Spike Jonze (pseudonimo per Adam Spiegel), regista nato nel Missuori e cresciuto a colpi di video musicali di Bjork e dei R.E.M. In particolare, il debutto mi aveva colpito per la capacità di andare oltre, di tessere un'impalcatura grottesca (un burattinaio penetra casualmente nella testa di John Malkovich, fino a creare un vero e proprio business) per poi rivoltarla a suo piacimento. Niente a che fare con David Lynch, a cui fu affrettatamente paragonato: la struttura di Jonze finisce rigorosamente per chiudersi, il gioco delle citazioni è sottile e divertito, mai oscuro né disperato né inestricabile. Adesso le sale italiane ospitano Il ladro di orchidee, che entra nei cinema accompagnato da un equivoco: il faccione di Nicholas Cage (troppo spesso accusato di monoespressività) accanto a quello di Meryl Streep diffondono il contagio della facile commedia, ennesima goccia di acqua (sporca) defluita sotto i ponti del commerciale. Colpa anche della pessima intuizione italiana, che traduce Adaptation con un titolo per signore: non sto a spiegare cosa sia il cinema per signore perché lo sapete tutti, senza alcun offuscamento pregiudiziale. Innanzitutto la trama: c'è uno sceneggiatore, Charlie Kaufman, che ha appena finito di girare Essere John Malkovich (toh!) e si appresta ad accettare l'adattamento di un bestseller di Susan Orlean, a proposito di John LaRoche, collezionista di fiori sotto processo per il furto di una preziosa orchidea. Charlie è un insicuro: balbetta, si autodefinisce "fallito", non ha successo con le donne. L'esatto contrario del gemello Donald, intraprendente fino all'invadenza: anche lui, di professione perdigiorno, sta scrivendo una banale sceneggiatura commerciale sulle gesta di un serial killer. Nel frattempo, Susan e John si ritagliano una porzione di celluloide: la ricostruzione pubblica della loro vicenda, infatti, non corrisponde esattamente alla realtà. Di più non posso dire, a costo di rincoglionirmi per ricostruire l'arzigogolo che muove la narrazione (l'assassino creato da Donald non a caso si chiama "Il decostruzionista".). Basti affermare che la pellicola è assolutamente geniale, e dovete credermi: fin dalle prime immagini si afferma una visione particolare, deviata distorta e deformante.
Prendiamo l'uso del flashback, centrale ed originalissimo per tutto il film: Jonze sposta il binocolo dal presente fino al passato prossimo (tre anni fa), passando per un'era geologica eruttante e dimenticata (quattro miliardi di anni fa!). E' un gioco dagli effetti scottanti, perennemente accompagnato da più voci fuori campo: lo spettatore subisce fra capo e collo mielose considerazioni sulla vita, paragonate all'esistenza biologica di un'orchidea. Salvo poi rivoltare tutto: è soltanto uno scherzo, il regista non ci crede neanche un po' e si diverte a prenderci in giro. Ma dov'è la verità? Ovviamente non ve la dico, per non rovinare la gustosa sorpresa. La telecamera si fa beffe di sé stessa a ripetizione: si impegna ad evitare elucubrazioni per i palati facili ma poi vi inciampa volutamente, mostra la vita dell'industria ("La vedi quella lì? Me la sono inculata. No, sto scherzando" mugugna il produttore) al solo scopo di deriderla fra le righe, sottolineando in blu la condanna al culto degli incassi (i serial killer andranno sempre di moda). Ma non basta: il regista si mette in gioco, decidendo di dissacrare sé stesso. "Sono capaci tutti ad infilare una voce fuori campo", si sente dire dallo sceneggiatore cinico che tiene un corso accellerato; Jonze lo fa senza ritegno, suggerendo un sotterraneo ghigno di compiacimento. "Il film più banale può essere riscattato da un finale a sorpresa", recita un'altra massima: Jonze fa anche questo, ma si tira fuori, affidantosi all'incredibile mano del Caso per completare il mosaico. D'altronde, in una scena Charlie Kaufman accartoccia il decalogo che il fratello ha inchiodato sopra la sua macchina da scrivere: diventa ormai chiaro che ogni regola filmica non vale, quello che stiamo vedendo è mistificazione, o nel migliore dei casi non ha alcun valore. E qui veniamo alla sceneggiatura, autentica rarità nella storia della celluloide: riporta infatti la firma di Charlie e Donald Kaufman, che sono anche i due protagonisti della narrazione. Per la cronaca, il vero sceneggiatore è il primo, mentre l'altro risulta pura invenzione. Gli stessi giurati dell'Academy Awards, quando si sono ritrovati a candidare l'opera all'Oscar, non hanno risolto l'enigma: sceneggiatura originale oppure no? E' una trappola, perché il libro Il ladro di orchidee di Susan Orlean esiste davvero, ma qui appare quasi per caso, tanto che la vicenda narrata finisce per incontrarsi/scontrarsi con quella dello sceneggiatore che la scrive. Tornando a nodi più risolvibili, Kaufman compone una sceneggiatura "per sé stesso" in una forma di estasi fluviale: tutti i generi si (con)fondono (è dichiarato espressamente nel film, con la citazione di Casablanca), dall'autocompassione disperatamente comica fino all'umorismo vero e proprio nel confronto fra i due gemelli; la scrittura diventa surreale allo stato grezzo, per poi sterzare bruscamente sul drammatico, senza trascurare l'esistenzialismo da quattro soldi che diventa geniale quando si corrode da solo, nel festoso falò dall'autoironia. Nicholas Cage, capace di recitare interagendo sul set con una pallina da tennis al posto del suo gemello, si esalta in una duplice versione che lo illumina di bravura, estraendolo dai territori del commerciale per lanciare la sua parabola ascendente di attore. Meryl Streep (nelle sale anche con The Hours) è finalmente tornata a pieno ritmo a ruoli che le competono; la giornalista con un segreto da nascondere la sospinge verso l'ennesimo prodigio scenico, padrona di una maestria per cui ormai da tempo si sono esauriti gli aggettivi. Chris Cooper è un simpatico bastardo meno spontaneo di quello che sembra; ma le citazioni continuano, dal regista (si diverte a comparire come Hitchcock nei suoi lavori), fino a Malkovich e Cusack, protagonisti della fortunata uscita precedente ed omaggiati nelle prime sequenze. In sala si apprende che per un'orchidea è possibile uccidere; è la legge dell'adattamento secondo Spike Jonze, nuovo talento ormai completamente sbocciato. Non vi alzate quando scorrono i titoli di coda: riservano l'ultima sopresa, autentico culmine citazionistico. E poi c'è una dedica speciale: ma per fortuna è tutta finzione.

Voto: 8