Recensito da: Emanuele Di Nicola
1978. Michele, dieci anni, vive in un imprecisato paesino del Sud, fra
campi di grano ed altre normali occupazioni della sua età. Finché non
scopre un buco scavato nei pressi di una casa abbandonata, all'interno del
quale c'è un bambino, disadratato ed affamato. Gli abitanti del luogo
nascondono un segreto.
Dopo la memoria escatologica di "Denti" e l'incursione tarantiniana di
"Amnésia", Salvatores codifica in immagine il celebre romanzo di Niccolò
Ammaniti (che collabora alla sceneggiatura con Francesca Marciano). Domina
il paesaggio, incarnato nel giallo delle alte spighe che osservano la
vicenda; cambiano condizioni atmosferiche (sole, pioggia, giorno, notte) ma
resta l'iconica fissità dello sfondo contadino. La telecamera ne favorisce
la rappresentazione con alcune trovate interessanti (la pioggia è
annunciata dalle formiche che annaspano nelle prime gocce), rendendolo il
punto forte del film. Ma mi perdoni Salvatores se proprio non riesco a
condividere le sue straviste suggestioni: l'innocenza dei bambini contro
l'anima nera dei grandi, il piccolo occhio che si sporge dalla camera da
letto per scovare brandelli di verità adulta, l'antro oscuro che ricorda il
babau, l'amicizia repentina fra due umani in miniatura, la tragedia
sfiorata, il lieto fine. L'estetica del Mulino Bianco insanguinato è un
affascinante punto di origine, ma purtroppo rimane tale: la mano di
Salvatores sparge indizi di maniera sul resto della rappresentazione. In un
tema scottante come il sequestro di bambini, lo scheletro dell'opera mostra
la corda, bruciando nel falò della prevedibilità; né è fulminante il tocco
di Ammaniti in sede di scrittura, che elimina la traccia di una vera scena
madre (che non sia il solito abbraccio padre-figlio, proprio quando
arrivano i nostri) e non forgia mai qualcosa capace di minare il ricordo
dello spettatore. I soliti peccati di Salvatores: una lentezza che non
diventa mai autoriale, un cinema che finisce per imboccare l'asfalto del
commerciale, adottando il pretesto dell'ultima generazione letteraria che
oggi va tanto di moda. Il film si lascia guardare senza particolari
sussulti (se non forniti dalla bellezza figurativa dei paesaggi),
onestamente recitato da bambini esordienti, Dino Abbrescia ed Aitana
Sànchez-Gijón; inaspettatamente convincente Abatantuono, pancia in fuori e
capelli in caduta libera, in un ruolo mai così cattivo.
Voto: 5,5
|