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L'avversario |
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Regia: Nicole Garcia.
Gli interpreti: Daniel Auteuil, François Berléand, François Cluzet, Emmanuelle Devos, Géraldine Pailhas.
Titolo originale: L'Adversaire.
Durata: 120.
Anno: 2002.
Paese: Francia.
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Recensito da: Luca Baroncini
Vivere nella menzogna. E' quanto decide di fare il distinto Jean-Marc
Faure per rispettare aspettative sociali che ha abbracciato senza mai
mettere in discussione: laurearsi a pieni voti, trovare una
professione prestigiosa, sposare una bella donna, avere dei figli,
comperare una villa, un auto di lusso, insomma essere invidiato,
rispettato e, chissa', forse amato. Un affetto vincolato alla
dimostrazione. Che tutto cio' sia solo una bella immagine, poco
importa a Jean-Marc, che sceglie di imitare una vita non sua per ben
quindici anni. La cosa curiosa e' che, potere della "comunicazione",
nessuno si accorge di nulla e, soprattutto, che la storia e' tratta
da un fatto di cronaca realmente accaduto. Gli stessi eventi avevano
gia' ispirato il lungometraggio "A tempo pieno", premiato al Festival
di Venezia nel 2001, ma Laurent Cantet aveva costruito un film
soprattutto politico, in cui metteva in discussione un sistema di
non-valori basati sull'apparenza. Tant'e' che la cosa piu' tragica del
film era la conclusione "positiva", in cui il protagonista confessava
le sue bugie alla famiglia, veniva perdonato e trovava un lavoro.
Nicole Garcia, invece, segue con piu' fedelta' il caso di cronaca, non
giudica il personaggio e il contesto sociale in cui si muove, e lascia
allo spettatore il compito di trarre conclusioni.
Non facile costruire un percorso psicologico ed emotivo partendo da
una vicenda gia' nota, ma il regista riesce a creare una sintonia tra
le inafferrabili motivazioni del protagonista e il pubblico. E' una
disturbante empatia quella che si sviluppa con Jean-Marc, un
itinerario che, seguendo passo dopo passo le sue gesta, finisce con
illuminare la parte piu' buia dei suoi pensieri. Gran parte del merito
e' della strepitosa prova interpretativa offerta da Daniel Auteuil,
ormai icona della recitazione contratta e davvero efficace nel
tratteggiare nel silenzio un disagio quanto mai forte e urlante. La
messa in scena opta per la sobrieta' e riesce, tra le pieghe del
quotidiano, a creare una tensione quasi insostenibile. E'
impercettibilmente crescente, infatti, il contrasto tra la quiete
formale di giorni che si trascinano nella iterazione di gesti ormai
dati per scontati (aprire porte, svegliarsi, salutare, uscire per
andare al lavoro, telefonare, mangiare) e l'ansia senza sosta di una
mente incapace di trovare e cercare soluzioni non distruttive. La
razionalita' non offre appigli, cio' che si vede non e' cio' che viene
vissuto e la discesa agli inferi non consente scappatoie. La
sceneggiatura frammenta il racconto partendo dalla fine, che viene
solo accennata per essere poi sviscerata nei flashback che
costituiscono il fulcro del film. Scelta non originale, ma necessaria
per suscitare una progressiva curiosita' sui dettagli della storia e
per movimentare una narrazione altrimenti prevedibile. Il film,
compatto e senza tempi morti nonostante il piglio pacato della regia,
diventa ridondante solo nello scioglimento finale. Nessun effetto
grandguignolesco, ma un indugiare che lascia trasparire un certo
compiacimento.
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