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Lucía Y El Sexo |
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Regia: Julio Medem.
Gli interpreti: Paz Vega, Tristán Ulloa, Najwa Nirmi, Daniel Freire, Elena Anaya.
Titolo originale: Lucya Y El Sexo.
Anno: 2002.
Paese: Spagna.
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Recensito da: Luca Baroncini
Uno scrittore in crisi creativa trova ispirazione nell'amore di una
bella sconosciuta, ma il passato e' in agguato ed e' pronto a tornare
per una resa dei conti (non) definitiva, sospesa tra realta' e
fantasia. "Non siamo altro che destino" sembrano dire i protagonisti,
ma a dirigere questo pasticcio, che arriva in Italia con due anni di
ritardo dopo avere mietuto successi un po' ovunque, non ci sono Claude
Lelouch o Pedro Almodovar, abili nel coniugare il dramma con la
commedia, il concreto con l'evanescente, ma l'aspirante demiurgo Julio
Medem. Gli elementi per costruire un intreccio appassionante ci
sarebbero. Si parla di eros, arte, mistero, ma non si va oltre una
superficie che evoca stati d'animo senza riuscire a trasmetterli, ne'
ai personaggi, marionette dai fili impazziti che imitano una vitale
follia ma non la penetrano, ne' tantomeno allo spettatore. Mancano
infatti, nella progressione per accumulo elaborata dal regista, la
magia, il fluido, l'alchimia, in poche parole l'essenza del cinema,
che ha il potere di rendere grande ogni storia e credibile qualsiasi
incongruenza. L'atmosfera onirica che permea il racconto non nasce
spontanea dai protagonisti e dal loro interagire, ma e' forzata dalla
regia e dalla sceneggiatura, con incastri e lune velate tanto banali
quanto inutili. L'amour-fou, la fatalita', la liberta', non diventano
quindi mai irrazionali e soffocano sotto il peso della insensatezza.
Dialoghi risibili ed enfatici, poi, infarciscono amplessi (forse la
cosa migliore del film), nudita' e brulli paesaggi, appesantendo la
visione e ridicolizzando sul nascere qualsiasi emozione. Tutto risulta
percio' gratuito, dagli sviluppi narrativi, con i personaggi sviliti a
pedine di un gioco in scatola, allo stile visivo, con una onnipresente
fotografia desaturata che finisce per uniformare le immagini
appiattendone ogni implicazione. Nonostante la complessita' della
costruzione narrativa, con continui rimandi tra i diversi livelli del
racconto, lo spettatore, pur spaesato, non resta mai sorpreso e la
geometria artificiosa degli improbabili incontri/scontri crea un
melodramma raggelato. Ha meno pretese e diverte di piu' una
telenovela. Resta la bellezza della protagonista, la neo-diva Paz
Vega, unico vero traino a un film che si presenta tanto ambizioso
quanto vacuo e irritante.
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