My Little Eye

 
 

Regia: Marc Evans.
Gli interpreti: Kris Lemche, Sean CW Johnson, Stephen O'Reilly, Laura Regan, Jennifer Sky.
Titolo originale: My Little Eye.
Durata: 95.
Anno: 2002.
Paese: USA / Gran Bretagna / Francia.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Cinque ragazzi in una casa isolata. Telecamere dappertutto a filmare costantemente la noiosa convivenza per sei mesi. In palio un milione di dollari per chi arrivera' fino alla fine, ma le regole del gioco prevedono che nessuno possa lasciare in anticipo la casa, pena l'esclusione di tutti.
Agatha Christie abbraccia "Il Grande Fratello" nell'interessante e spietato lungometraggio di Marc Evans, in cui vengono messi alla berlina, sia i teledipendenti in astinenza di Floriana & C., che gli stessi concorrenti con smisurate ambizioni e limitato talento.
Non e' la prima volta che un format televisivo ispira il cinema ("Contenders - Serie 7" di Daniel Minahan nel 2001) e si teme, nel passaggio da uno schermo a venti pollici ad uno di venti metri, un ingigantimento delle sgranature e niente altro. Invece il regista, elaborando con arguzia temi gia' trattati e immagini gia' viste, riesce a riciclare un immaginario consolidato aggiungendo nuova linfa al genere. Sara' l'assenza di un finale conciliatore, oppure la sensazione di essere parte integrante di un gioco al massacro di cui si e' volontari testimoni, sta di fatto che "My little eye" risulta emotivamente devastante. Si', certo, lo sappiamo che siamo tutti un po' voyeur e in molti ce lo hanno gia' raccontato. Alfred Hitchcock ha aperto le porte con "La finestra sul cortile", Michael Powell le ha spalancate con "L'occhio che uccide", estremizzando il nostro morboso bisogno di contemplare, poi in tanti hanno sfiorato il tema mentre la televisione se ne e' appropriata. Uno dei film pił disturbanti del genere e' sicuramente il belga "Il cameraman e l'assassino", in cui siamo diventati complici delle brutture di un serial-killer, ma il lungometraggio grondava irritante autocompiacimento. "My little eye", invece, riesce, con una certa onesta' di intenti e risultati, a criticare la TV verita' e a mettere a nudo il piacere di osservare gli altri dal buco della serratura: il sottile godimento che solletica qualsiasi spettatore nel vedere, comodamente seduti su una poltrona nella quiete apparente del vacillante microcosmo casalingo, cose mai viste, nel ricercare e riconoscere la verita' di uno sguardo e di un'emozione.
La regia sfrutta con abilita' i limiti di un unico luogo alternando i punti di vista e all'incedere della tensione contribuiscono in maniera determinante gli effetti sonori, quanto mai curati e appropriati. Le numerose riprese al buio, realizzate grazie a telecamere ad infrarossi, non sono una novita' ("Il silenzio degli innocenti" e "Hotel" tra gli altri) ma contribuiscono a creare tensione e ad aumentare il senso di colpa trasmesso dalle immagini; in fondo a noi e' concesso vedere cio' che ai personaggi e' negato e possiamo ipotizzare con anticipo il loro destino.
La sceneggiatura rischia piu' volte di impantanarsi nelle paludi dell'incoerenza, ma riesce a suggerire senza dire troppo, glissando sugli aspetti meno logici (che restano comunque poco chiari e di variabile interpretazione) e caratterizzando in modo credibile, con pochi tratti, i personaggi. Gli attori sono perfetti nella loro anonima fotogenia e appaiono bellocci e slavati proprio come i concorrenti di un "reality show".
Nulla di nuovo, alla luce della ragione, ma uscire dal cinema impauriti e pensierosi, con la voglia di discutere per mettere a tacere i propri fantasmi, e' cosa rara e da non sottovalutare.