Piccoli affari sporchi

 
 

Regia: Stephen Frears.
Gli interpreti: Chiwetel Ejiofor, Audrey Tautou, Sergi López, Sophie Okonedo, Benedict Wong, Zlatko Buric, Kriss Dosanjh.
Titolo originale: Dirty Pretty Things .
Durata: 107.
Anno: 2002.
Paese: UK.

 
 
 
  Recensito da: Emanuele Di Nicola
C'è un cuore nella tazza del cesso. Inizia così il presunto thriller inglese di Stephen Frears, che raccoglie l'eredità dei desolati abitatori delle officine di Ken Loach; su questo terreno scivola sgraziatamente, miscelando lo sfondo sociale sul tema dell'immigrazione ad un ritmo d'azione sostanzialmente commerciale, per poi perire sotto i colpi del feulleton. Il nigeriano Okwe fa il portiere di notte in un ambiguo albergo londinese, moderno girone infernale in cui si aggirano sfruttatori e prostitute e si fa del sano commercio di organi (ma se cercate la poesia, vi consiglio The Million Dollar Hotel di Wim Wenders). Il retto protagonista, che tenta di opporsi al malvagio ingranaggio sgranato del mondo occidentale, condivide un appartamento con una profuga turca; blando pretesto per una storia d'amore, che si sviluppa tra fughe dai meninblack dell'Ufficio Immigrazione (sembrano i sicari di Tarantino) e difficoltà esistenziali, fino ad uno straziante addio aereoportuale. Il segmento iniziale dell'opera mantiene una tensione intrinseca, che ti avvolge in un fosco abbraccio, specie quando la sceneggiatura accende gli abbaglianti ("Cosa ti credevi, che nel Regno Unito non si vendessero organi perché la Regina non è d'accordo?" sentenzia un saggio medico legale nipponico); poi anch'essa decade, riducendosi al lumicino del luogo comune. Una seconda parte televisiva affossa lo spirito dell'opera, presentando una sfilata di stereotipi: buoni contro cattivi in un manicheismo fuori dal mondo, a cui si aggiungono le incursioni di una puttana dal cuore d'oro. L'unico personaggio realmente tridimensionale e combattuto è quello della profuga Senay, incarnato degnamente dagli occhioni di Audrey Tatou (ex Amelie, finalmente una dose di autentica sofferenza), che rifila una pista alla deriva monoespressiva dell'attore principale Chjwetel Ejiofor. La sequenza finale non è più né thriller né film di denuncia, ma ruffiano corteggiamento dello spettatore, che vede precipitarsi addosso un alveare di miele fuori da ogni contesto. Con gli occhi lacrimevoli i protagonisti blaterano il loro amore: ma allora mi guardavo Melrose Place.
Voto: 5,5