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Solaris |
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Regia: Steven Soderbergh.
Gli interpreti: George Clooney, Natascha McElhone, Jeremy Davies, Viola Davis, Ulrich Tukur, Morgan Rusler.
Titolo originale: Solaris.
Durata: 99.
Anno: 2002.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Cosa avra' spinto Steven Soderbergh ad affrontare il rischioso remake
di un film difficile come quello di Andrej Tarkovskij del 1972?
L'ennesima sfida? Il tentativo di rendere digeribili alle nuove
generazioni concetti filosofici? La passione per un cinema che prova a
uscire dalle convenzioni del blockbuster?
Beh, qualunque fossero le intenzioni del regista, il risultato e'
fallimentare su tutti i fronti. Se nell'originale russo il ritmo quasi
immobile contribuiva a creare un'atmosfera in grado di porre domande
non banali sul senso dell'esistenza, il remake di Soderbergh si
traduce in un piatto esercizio di stile, dove la lentezza e' lentezza
punto e basta e produce un contagioso effetto letargico. Non bastano
dialoghi in cui un gruppo di intellettualoidi modaioli si scambiano
battute tipo "Sono qui ma potrei essere li'!" "Dove veniamo e' dove
stiamo andando!" per instillare la scintilla di un dubbio amletico
nell'incauto spettatore. Ma cio' che manca al film e' soprattutto un
equilibrio tra le due anime inquiete del regista: l'autore che non
accetta compromessi e il macina successi da botteghino. Da una parte
quindi una riflessione sull'uomo, il senso dei ricordi, il potere dei
pensieri, dall'altra un aggancio continuo alla razionalita', con una
storia racchiusa forzatamente tra inizio, sviluppo e conclusione.
Quello che viene spiegato, pero', risulta banale, mentre i silenzi non
si ammantano di mistero ed evocano solo noia. Non aiutano certo a dare
respiro al film i personaggi e gli interpreti: Jeremy Davis, sotto il
peso di monologhi lunghi e brutti, rende lo straniamento del suo
personaggio scimmiottando una "follia" fatta di gesti artificiosi che
non comunicano alcunche'; Viola Davis ha le battute peggiori del film
(non ci vengono risparmiati i sofismi tecnici con chicche tipo
"Potremmo bombardarli con una spruzzata di antibosoni!") e si limita a
sgranare gli occhi da pesce; la bellezza spigolosa della gelida
Natasha McElhone mal si adatta alla capricciosa e disturbata fidanzata
del protagonista e George Clooney, nonostante gli sforzi, non sembra
credere mai a cio' che e' costretto a dire. E' proprio il suo
girovagare con occhi da cagnone in cerca dell'osso (in alternativa
alla veglia) a cozzare in modo solo stridente con l'immagine da
piacione a cui ci ha abituati. Nella piega sentimentale che prende il
racconto manca inoltre, e sarebbe fondamentale dati gli sviluppi,
qualsiasi alchimia tra i protagonisti, che recitano una passione al di
la' del tempo e dello spazio ma non la trasmettono. Anche visivamente
il film si limita a citare illustri predecessori, da "Alien" a "2001 -
Odissea nello spazio", senza aggiungere nulla e, soprattutto, non
infondendo alcuna fascinazione al viaggio nella psiche umana che e'
alla base dell'interessante soggetto. Che alla fine, tradotto in
immagini, pare una puntata dilatata di "Spazio 1999". Piu' curata e
pretenziosa, ma meno illuminante.
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Recensito da: Emanuele Di Nicola
Il dottor Chris Kelvin, a seguito di un enigmatico messaggio d'aiuto, è
spedito sulla navicella orbitante intorno al pianeta Solaris per compiere
una missione di salvataggio. L'equipaggio è stato vittima di un tragico
fenomeno, da cui anche lui non riuscirà a sottrarsi.
Fin dalle prime sequenze la telecamera spia la sagoma di George Clooney,
abbandonato sul suo letto in una posa sottilmente disperata; lo sguardo è
vacuo, i (pochi) sorrisi timidi ed inquietanti, le pose angosciose indizi
disseminati verso la tragedia. Solaris è una storia d'amore molto
particolare, dove la mano di dio è quella di Steven Soderbergh e l'ultimo
canto del cigno è lo xilofono di Cliff Martinez, che compone una colonna
sonora da ricordare. Dalle pagine di Stanisalw Lem, già cinematizzato da
Tarkovskij nel 1972, il racconto mantiene la sua intrinseca potenza,
avvolto nei tentacoli dell'atmosfera: la m.d.p. abdica dal trono della
dinamicità per abbracciare una lentezza gustosamente psicologica, dove si
insinua una patina d'angoscia sottile per logorare lo spettatore. E' un
film di sguardi e gestualità, passi azzardati ed incerti, oppure
drammaticamente accellerati nei sinistri territori del sogno; il dottor
Kelvin e sua moglie hanno conosciuto la tragedia, ma non vi è retorica.
Semplicemente, la rappresentazione della realtà (camminando all'indietro)
acquista le fattezze di un triste ricordo sfumato; per un minuto di ritardo
lei è morta, ma adesso finalmente è tornata. Dopo il dolore, ancora il
sentimento; dopo le lacrime, di nuovo gli abbracci. Il pozzo degli occhi
azzurri implora soltanto di poter amare; ma non è tempo di spiegazioni,
rimangono soltanto le scelte. Si torna a casa? Solaris ha qualcosa da
obiettare. Ma il pianeta chi è veramente? Iddio? Una singola cellula? Il
Tutto? L'immaginazione ed il mistero metafisico non trovano risposta; si
ricongiungono semplicemente nei volti degli uomini -una scena di banale
quotidianità nella cucina di un appartamento- per costruire la loro
soluzione estrema.
La particolare vocazione di Clooney per il ruolo (che lo riduce a culo
all'aria in un paio di casi) introducono la perfezione interpretiva di
Natascha McElhone, la più inquietante sorpresa da qualche tempo a questa
parte. La voluta lentezza dell'andatura può offuscare lo sguardo
complessivo, così come la solita pretesa soderberghiana di bollire nel
limbo fra cinema d'autore e commerciale, senza mai imboccare una direzione
precisa (di Stanley Kubrick resta la reverenziale citazione); ma alcune
intuizioni registiche (carrellate, camera distorta, giravolte) plasmano
l'impennata sul diagramma della carta scenica. La carezza finale è un
brandello di sincera poesia; la santa penna di Dylan Thomas arriva a fare
da chiusa ad un'opera imperfetta, ma incisiva e dannatamente affascinante.
"La morte non avrà più dominio / e gli amanti si saranno persi ma non sarà
perso l'amore".
Voto: 7
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