Sweet Sixteen
Recensito da: Emanuele Di Nicola
Glasgow. La vita del giovane Liam si trova ad una svolta: lui sta per
compiere sedici anni, mentre la madre finisce finalmente di scontare la sua
pena. Per garantirle un'esistenza normale, il ragazzo decide di trovarle
una bella casa in cui vivere insieme: ma l'unico modo per arricchirsi è lo
spaccio d'eroina. Insieme al suo amico Flipper entra in un gioco
pericoloso, da cui non sarà possibile uscire; la tragedia è ormai dietro
l'angolo.
Ci era mancata l'inconfondibile impronta di Ken Loach, storico cantore
dell'Inghilterra proletaria: la sua ultima uscita era stata "The
Navigators" (in Italia "Paul, Mick e gli altri", 2001), per poi partecipare
alla pellicola sull'11 Settembre con uno dei cortometraggi più amati in
assoluto. Finalmente rieccolo qui, con tutte le sue caratteristiche
intatte: lo sfondo sociale amaro come un limone, il realismo che non
concede mai nulla all'approssimazione, la freddezza dei paesaggi
anglosassoni che riflette la freddezza dell'animo, la meticolosa cura del
dettaglio. Per raccontare la sua storia, Loach si affida al graffio
pungente dell'ironia, spesso nerissima, che si annida nelle pieghe della
narrazione: accade che il talento del giovane Liam viene riconosciuto
soltanto dallo spacciatore, mentre la sorella Chantal, l'unica che
realmente lo ama, viene costantemente respinta da lui in favore della
madre. I personaggi sono plasmati con la lente modellata sull'osservazione
della quotidianità, senza un briciolo di retorica: oltre al protagonista,
prende forma un universo di figure estreme e desolate, da un nonno che usa
il nipote esclusivamente come corriere della droga fino ad un patrigno
cinico e manesco. Fin dalle prime sequenze, la pellicola mantiene
un'impalcatura classica, pescando dagli abusati territori del malessere
giovanile; è così che la fiamma dell'originalità non viene mai alimentata,
ma non è lecito avere una tale aspettativa. Infatti il bisturi di Loach,
che seziona il tessuto sociale, inevitabilmente non può che trovare la
ciclica ripetizione della stessa storia, lo stesso dolore, la stessa
tragica ingiustizia: è una condizione che equivale ad un'eterna condanna,
che non esce mai da un determinato schema cinematografico proprio per non
deviare dal rigoroso realismo della messinscena. Il deja-vù di fondo è
compensato dal gusto del sussulto drammatico, che illumina la storia a più
riprese: Flipper si atuoinfligge un doppio squarcio sul volto, davanti al
dolore di un'amicizia ormai tramontata; Liam impugna un coltello a
serramanico nel retro di un pub, chiamato ad uccidere per la prima volta in
vita sua; e poi il finale, la svolta drammatica esiziale e definitiva, in
perfetto stile di Loach. Il cast si rivela all'altezza, in particolare
nella figura del protagonista: il giovane Martin Compston, strappato dal
cinema alla carriera di calciatore professionista, compone un esordio con
pochi precedenti, capace di sostenere in disinvoltura il peso di una storia
forte ed incisiva, sicuramente difficile da rendere. Come una mannaia, così
le ultime sequenze cadono sullo spettatore: hanno il valore di una
sconfitta esistenziale, senza possibilità di riscatto. E' ormai chiaro il
devastante ossimoro del titolo: l'eccesso di morboso amore materno conduce
verso la malinconica consapevolezza che il numero sedici non ha mai avuto
nulla di dolce.
Voto: 8
Regia: Ken Loach.
Gli interpreti: Martin Compston, William Ruane, Junior Walker, Annmarie Fulton.
Anno: 2001.
Durata: 106 min.
Paese: Gran Bretagna.
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