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The Core |
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Regia: Jon Amiel.
Gli interpreti: Aaron Eckhart, Nicole Leroux, Hilary Swank, Delroy Lindo, Stanley Tucci.
Titolo originale: The core.
Anno: 2003.
Paese: USA / Gran Bretagna.
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Recensito da: Luca Baroncini
Comincia come un disaster-movie anni Settanta e prosegue come un film
d'avventura d'altri tempi, di quelli in cui un gruppo di malcapitati
si trova a fronteggiare le meraviglie dell'ignoto. La terra non gira
piu' come dovrebbe e il cambiamento di traiettoria causa cataclismi un
po' ovunque nel mondo. Un pool di esperti di varie nazionalita' scopre
che l'unica soluzione per permettere al pianeta di riprendere a
gravitare intorno al suo asse e' raggiungere il centro della terra e
provocare una immane esplosione nucleare. La trama non lascia ben
sperare, ma il lungometraggio di Jon Amiel si fa apprezzare proprio
per la sua rozzezza e per la disinvoltura con cui propina baggianate
ammantandole di plausibilita'. Il film parte discretamente, unendo
l'ineluttabile con l'epico (l'atterraggio dello Shuttle nel centro di
Los Angeles e' forse la scena piu' divertente del film) e il ritmo
procede incalzante fino all'inizio della missione per poi impantanarsi
(ma non troppo) nei luoghi comuni e nelle magagne tecniche e
risolversi in un frettoloso finale. Rispetto alla media dei film
catastrofici c'e' una maggiore cura per la psicologia dei personaggi,
scelta forse causata da un budget limitato (almeno in confronto alle
grandi produzioni hollywoodiane) che ha reso necessario contenere i
costi: poche scene spettacolari e molte situazioni dialogate in cui
sono i personaggi ad emergere. A tal riguardo gli effetti speciali si
rivelano, chissa' se volutamente o in modo inconsapevole,
irrimediabilmente obsoleti. Gli spunti di forte impatto sarebbero
parecchi: il centro di Londra invaso da uccelli, il Colosseo e
l'Altare della Patria in frantumi, il Golden Gate di San Francisco
fuso nella baia. Ma ogni disastro per capitale (scelta gia' di
per se' fumettistica) ha lo stesso semplicistico iter: dettaglio su un
personaggio, sospetto che qualcosa non funzioni, prima crepa nella
struttura del monumento, comparse impazzite, perlopiu' a casaccio, e
cataclisma digitale a go-go. Se la parentesi londinese ha una sua
efficacia grazie ad una regia movimentata ma non casuale e a qualche
invenzione visiva (la telecamera a terra che riprende la stessa scena
da un diverso punto di vista), l'incursione romana non lesina il
trash. Fa piacere per una volta (si fa per dire) che un fatto di
enorme rilevanza non accada solo entro i confini americani, in genere
prima e unica preda di alieni, lucertoloni e sconquassi di ogni tipo,
ma vedere gli italiani rappresentati attraverso una barista cicciona
che fa un caffe' e un gruppo di tifosi incollati al televisore durante
la partita Roma-Lazio, fa davvero cadere le braccia. Mancano solo un
innamorato provvisto di mandolino che fa la serenata e uno spaghetto
alla pummaro' e il quadretto da esportazione sarebbe completo.
L'esplosione dell'Altare della Patria, poi, con le colonne di
cartongesso in caduta libera, rievoca in modo maldestro il genere
peplum e contribuisce a stendere una patina di polvere sulla
pellicola. Anche le scene in computer grafica, che rappresentano il
viaggio nel sottosuolo, dopo un po' mostrano la corda e diventano
ripetitive.
E allora, cos'e' che rende il film tutto sommato visibile?
Beh, prima di tutto la sua onesta' di fondo: si presenta, e alla fine
conferma di essere, come un prodotto di grana grossa con il solo scopo
di intrattenere; e in questo funziona, in quanto tiene saldo
l'interesse, con qualche calo solo nella sbrigativa e abborracciata
parte finale. In secondo luogo la capacita' della narrazione di non
dimenticare lo spettatore: le improbabili situazioni non vengono mai
risolte attraverso sofismi tecnici, ma la sceneggiatura prevede
spiegazioni perlopiu' logiche, quasi elementari; la qual cosa e' resa
plausibile dalla presenza di personaggi competenti in settori diversi
che hanno bisogno di imparare in fretta l'uno dall'altro. Infine,
l'elemento che salva davvero il film e' la simpatia dell'equipaggio e
del cast che lo rappresenta: Aaron Eckhart, in libera uscita dal fido
Neil LaBute, e' un eroe piu' umano che super, che oltre a muscoli e
mascella squadrata dimostra di possedere un'umanita' in genere assente
nei protagonisti a senso unico dei film d'azione, un piacevole mix di
intelligenza e vulnerabilita'; Hilary Swank conferma le sue doti
espressive anche recitando per quasi tutto il tempo seduta davanti a
un monitor e Stanley Tucci e' a suo agio in un personaggio
"contrasto", necessario per movimentare i caratteri del team, che esce
dagli standard del "cattivo" o del "cattivo-redento" per collocarsi in
una piu' credibile e meno incasellabile via di mezzo.
Divertira' chi era bambino negli anni di piombo e i nostalgici di ogni
tempo. Le nuove generazioni si annoieranno e gli altri troveranno, con
incontestabili e razionali motivazioni, di che criticare.
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