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The Hours |
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Regia: Stephen Daldry. Gli interpreti: Nicole Kidman, Julianne Moore, Meryl Streep, Ed Harris, Claire Danes, Toni Collette. Titolo originale: The Hours. Anno: 2002. Durata: 120 min. Paese: USA. |
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Recensito da: Luca Baroncini Tre donne, lontane nel tempo ma profondamente complici nel sentirsi inadeguate, sono le protagoniste del film di Stephen Daldry tratto dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham. Dopo il furbo ed energico "Billy Elliot", il regista compie un completo cambio di registro e si addentra in punta di piedi nell'atmosfera di placida disperazione in cui fa muovere le sue protagoniste. Un andamento lento, sottolineato dal crescendo musicale privo di sfogo di Philip Glass, ci trasporta nella quotidianita' di tre donne che soffrono. Nessun rapporto causa-effetto a giustificare il dolore profondo che si respira nella pellicola, ma un male di vivere che trae forza dall'insoddisfazione di un'esistenza diversa da quella desiderata, una sensazione di disagio incolmabile che trasforma un semplice atto quotidiano in una forzatura priva di senso. Il film abbraccia tre epoche: l'Inghilterra del 1923, in cui termina i suoi giorni Virginia Woolf; gli anni cinquanta in chiave grottesca, dove Julianne Moore pare sempre piu' "far from heaven", e la contemporaneita' newyorchese, con Meryl Streep alla difficile ricerca di un equilibrio tra i tanti fantasmi del passato che la assillano. Tre donne diverse legate dalla matrice letteraria della Woolf, intenta a scrivere il romanzo "Mrs. Dalloway", letto dalla Moore e vissuto dalla Streep. Tre volti differenti per un unico ritratto femminile fuori dal tempo e dalle convenzioni. Con un soggetto cosi' interessante ci si aspetta un grande coinvolgimento, invece si resta abbastanza freddi e distaccati. Il compiacimento e' una spada di Damocle che sfiora piu' volte la narrazione, ma il regista riesce per un soffio a evitare scelte di gratuita grevita' e a non far crogiolare i personaggi tra rimpianti e rimorsi. Nonostante la tristezza diffusa che si respira, infatti, il film oppone alla speranza una tragica lucidita' che si rivela in qualche modo consolatoria. Una consapevolezza che si traduce in un grido di liberta'. La sobrieta' della messa in scena e' ravvivata da un montaggio incrociato, che affida alle immagini il compito di spiegare cio' che le parole finirebbero per banalizzare. A risaltare sono soprattutto le sfumature interpretative degli attori (in questo Daldry si era gia' dimostrato molto attento anche in "Billy Elliot"): Nicole Kidman non scompare dietro al naso posticcio e al trucco che la rendono quasi irriconoscibile e rivela il suo carisma senza prevaricare il personaggio; Julianne Moore ci ha ormai abituati alle lacrime e al look anni cinquanta, ma conferma il suo spessore interpretativo; come Meryl Streep, sempre capace di accendere ogni scena di cui e' protagonista; convince anche Ed Harris, che intepreta il personaggio piu' stereotipato (l'artistoide sieropositivo) e a rischio gigioneria, ma riesce a non esagerare (e dopo il monumento fatto di scene madri e finta misura che si e' costruito con "Pollock" e' davvero un bel risultato). Ma sono al posto giusto anche Toni Collette, Jeff Bridges, John C. Reilly, Claire Danes e Miranda Richardson che in poche sequenze, e grazie a personaggi ottimamente caratterizzati, riescono a rendere incisiva la loro presenza. Recensito da: Emanuele Di Nicola La vita di tre donne, collegate al romanzo "Mrs. Dalloway" di Virginia Woolf; la prima è proprio la scrittrice (anni '20), che non riesce a guarire dal suo malessere esistenziale; poi c'è Laura Brown (anni '50), casalinga felice soltanto all'apparenza; infine Clarissa Vaughan (2001), che organizza la festa d'addio per il suo ex amante, uno scrittore omosessuale afflitto dall'Aids. Il film di Stephen Daldry è fulminante sotto tanti punti di vista: sicuramente il montaggio, uno dei migliori che si siano mai visti, capace di traghettare lo spettatore attraverso tre epoche diverse nell'arco di un paio di scene. L'elemento di collegamento può essere una frase, un pettine, oppure un paio di piedi nudi; ma in generale è l'angosciosa idea del suicidio, l'attesa o la convivenza con la morte, che avvicina la triade femminile all'interno del cerchio temporale. Poi la sceneggiatura, che si illumina di un'impressionante serie di colpi ad effetto; alcune sequenze rivendicano un'altissima potenza comunicativa, coniugata ad una bellezza ineffabile. La messinscena è splendida: Virginia si lascia andare ai flussi delle acque, nell'immagine che apre e chiude l'opera, secondo un minuzioso processo anelloidale. Laura accarezza il suicidio strisciante in una stanza d'albergo, oniricamente travolta dall'esplosione amniotica della vita. Clarissa incontra la morte dell'altro al termine di un lungo amore, puntellato da sofferenza, malattia e ricordo. E' un teorema sull'infelicità femminile, alla rincorsa dell'ineffabile "quid" per realizzare l'esistenza umana, inattaccabile soltanto di facciata; da qui l'angoscioso imperativo della fuga, attraverso la scrittura, un bacio lesbico, una torta, una festa funestata dalla tragedia. La lotta contro sé stessi è un'autostrada verso la sconfitta, che si concretizza in più modi; che sia la propria morte, l'abbandono degli affetti oppure la morte degli altri. Qualcuno deve scomparire, affinché i superstiti afferrino il valore della vita; è questo il postulato di "Mrs. Dalloway", la cui storia si ripete per tre volte, con tre diversi finali. Ma alla fine chi muore? Il poeta, ovviamente. Il sofferente Richard, che nel suo romanzo esalta (la donna) ed uccide (la madre) a piacimento, rivolge infine la mano verso sé stesso; l'esiziale volo giù dalla finestra (migliore scena del film) è la sola conseguenza all'ultima dichiarazione d'amore, nella consapevolezza che in un momento a ritroso nel tempo si mostrò il vero volto della Vita. La Felicità è stata raggiunta nelle ore migliori, ora resta soltanto la Morte. Il cast raccoglie tutti i migliori volti del momento: soprendente la Kidman, che lavora in sottrazione per un personaggio affranto nel corpo e nell'animo; struggente Julian Moore (ormai una divinità cinematografica), in un ruolo estremo e delicato che ricorda "Lontano dal paradiso" di Todd Haynes; per Meryl Streep, matrimonio fra debolezza e forza d'animo, ormai da tempo si sono esauriti gli aggettivi. Dire di più significa tradire, in quanto la bellezza di questo film è anche scoprire ogni singolo gesto, posa, mossa delle tre inarrivabili interpreti. Ma non solo loro: c'è un ottimo John C. Reilly (da poco Cellophane Man in "Chicago"), marito modello nella famiglia (apparentemente) ideale; una convincente Miranda Richardson come ambigua sorella di Virginia (sempre meglio, dopo lo straordinario doppio ruolo in "Spider" di Cronenberg); assolutamente esaltante la prova di Ed Harris, stravolto dal sentimento e dalla malattia. Senza il minimo dubbio fra le migliori opere dell'anno, il rintocco che scandisce le ore si insinua nella mente come un'esperienza addirittura artistica; l'andatura sottilmente cervellotica (densa di rimandi intellettuali) e l'insistente voce fuori campo, non sempre indispensabile, possono essere considerati come piccole scalfiture sui lisci territori del capolavoro. Ma che intensità, che graffio, che disperata deriva del sentimento! Imperdibile. Tratto dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham. Voto: 8,5 | |