The life of David Gale



Regia: Alan Parker.
Gli interpreti: Kevin Spacey, Kate Winslet, Laura Linney, Gabriel Mann, Matt Craven, Rhona Mitra, Leon Rippy, Jim Beaver.
Titolo originale: The Life of David Gale.
Durata: 130.
Anno: 2003.
Paese: USA.



Recensito da: Emanuele Di Nicola
Percorriamo la vita di David Gale: professore di filosofia, attivista contro la pena di morte, viene condannato al patibolo per il brutale omicidio di una donna. Prima della sua scomparsa decide di concedere una lunga intervista ad una giornalista.
Il meccanismo del flashback strizza il suo occhio meccanico su un'esistenza grandiosa e derelitta, marchiato nella parabola verso la tragedia: l'America tutta chiese e prigioni (devastante l'antitesi) fra le nebbie dell'esecuzione confonde San Giuda e Giuda Iscariota. Qui si aggira un moderno Socrate ubriacone, che ha barattato le sue trenta mine con una valigia in contanti, per il timido sorriso di un bambino e l'ovile per la sua pecora di pezza. L'ultima cena è una prelibata fantasia avanzata fra le coperte da una voce infante; in trepida attesa dello smacco estremo alla Trista Mietitrice, sbeffeggiata proprio quando si è chiusi nel suo torbido abbraccio. Non servono i "quasi martiri" nella partecipata invettiva di Alan Parker, costumista di un dramma sociale rivestito per la festa con abiti da thriller. E' un film di corse contro il tempo (metaforicamente in una distesa di croci), di eroi perdenti che si inginocchiano fra le lacrime e sacrifici umani che raccontano il falso, dove i volti degli uomini diventano una X rossa fin dai 17 anni. Si attua la difesa di un'idea forte, nella rappresentazione che si fa altro e diventa dibattito sociale (confronto in diretta TV fra Gale ed il governatore), alla rincorsa di una moratoria da applicare ad un'intera cultura, ovvero la disumana degenerazione della legge: il taglione può essere tagliente, quando è tratto in inganno da un pugno di attivisti troppo liberali per essere ascoltati. Si uccide oppure no, si muore oppure no: perché le memorie rimangono incise nella ghigliottina come sull'acqua, negli inferi di un crimine statale che si ripete. Kevin Spacey si racconta con voce neutra e profonda, sguardo vacuo e lacerante ("Seven" è nella mente); davanti a lui, le tonalità drammatiche di Kate Winslet, stereotipo di una storia inventata ma di disarmante verosimiglianza. Incredibilmente umana è Laura Linney, donna malata nel cancro del sistema, che decide di andarsene nel nome della causa. In questo triste gioco la verità è una videocassetta che conduce alla libertà interiore, a costo di ingoiare la propria come una chiave nello stomaco: all'esterno, una cultura di morte rimane incatenata alle sue ataviche aberrazioni. Si perdonino alcuni eccessi americani, incisi nel mosaico di inseguimenti e sospensioni drammatiche nel buio di una stanza da bagno, nell'accorato appello che è storia di un uomo ma anche politica. Un colpo di scena è poco: due o tre chiudono il cerchio di sangue. La testa rotola soddisfatta giù dalla ghigliottina: e sacrificio fu, ma il sorriso governativo stavolta è tirato davanti alla spia mediatica. Scacco al re.
Voto: 7,5