The Ring

Recensito da: Emanuele Di Nicola
Due righe sul fenomeno The ring. Campione d'incassi negli Usa, l'anello che uccide infesta le nostre case: una cronista di nera indaga su una misteriosa videocassetta, che concede una settimana di vita a chi la guarda (vittima eccellente è stata la nipote: scena iniziale). Classica famiglia sezionata: marito divorziato e figlio abbandonato a sé stesso, dotato di poteri mentali di kubrickiana memoria (più recentemente: Shyamalan ed il suo senso in sovrabbondanza). Fin qui è schema: l'orrore ammicca a Craven (Scream), ma anche alla legge di Friedkin (L'esorcista, ovvero colorito pallido da applicarsi su infante), senza dimenticare la galoppante devianza di Cronenberg (Videodrome, quando lo schermo uccide). Gore Verbinski fotocopia un soggetto dagli occhi a mandorla, sulla scia della nuova moda lanciata da Cameron Crowe (leggasi Vanilla Sky, dallo spagnolo Apri gli occhi). Incredibilmente, il gioco funziona: il nodo alla gola si stringe e l'anello sembra chiudersi intorno allo spettatore che lo contempla terrorizzato. ma rimane aperto, anche quando rischia il becero finalaccio americano(ide), salvo poi scimmiottare lo stesso con una chiusura cattiva e stordente. La memoria si appropria di alcuni guizzi: il rabbioso rantolo di un cavallo inferocito, una mosca che attraversa diverse dimensioni, la macchiolina di sangue che incornicia la narice, una morte agghiacciante nella vasca da bagno, una bambina troppo innocente per non essere colpevole. In mezzo alla saporita minestra (condita da losche figure di insetti), la bella Naomi Watts ha appena smesso di percorrere la Mulholland Drive per essere eletta volto drammatico dell'anno; Verbinski gioca con i contorni del videoclip senza mai oltrepassarli, guadagnando un paio di distanze su tutti gli inseguitori hollywoodiani. Per essere teneri, diciamo che il doppiaggio italiano è deludente. Ammettiamo anche che non è facile incutere paura in sala, e l'anelloidale surrealismo ne regala qualche sana ventata; interessante sarebbe la visione dell'originale di Hideo Nakata.
Nel frattempo ci godiamo questo, divertendoci nell'inquietante estasi del sussulto.
Voto: 7

Recensito da: Luca Baroncini
La televisione genera mostri. Ce lo ricorda sempre piu' spesso la D'Eusanio e il cinema non manca di puntualizzarlo attraverso il malefico condizionamento di un tubo catodico disturbato e disturbante.
L'idea non e' certo originale e ha avuto ampi trattamenti, dal malsano "Videodrome" di David Cronenberg al monito di Peter Weir in "Truman Show", passando per la t.v. sempre accesa di "Poltergeist" di Tobe Hooper. Anche al centro di "The ring" c'e' un televisore, ma cio' che destabilizza la quotidianita' di una giovane giornalista e' una videocassetta: se la guardi, dopo sette giorni muori. L'interessante soggetto non brucia le sue carte nella prima mezzora, ma prevede tensione e colpi di scena in grado di incollare lo spettatore allo schermo. Peccato che la sceneggiatura appiattisca personaggi e situazioni non sfruttando l'alto potenziale a disposizione. La famiglia protagonista non sfugge al luogo comune: lei cazzuta e solo in apparenza vulnerabile, lui un po' incolore ma collaborativo (entrambi comunque belli) e il figlio, veggente e piu' adulto dei genitori (ancora bambinetti disadattati e lungimiranti, basta!!!).
Il punto piu' debole dello script e' proprio la caratterizzazione stereotipata dei personaggi, con una protagonista mai davvero spaventata e sempre in grado, perlopiu' in modo meccanico, di uscire da situazioni senza speranza. Il percorso che Naomi Watts compie per scoprire la verita' e' infatti assai inverosimile (dal fotogramma "allungato", all'identificazione dell'isola con faro attraverso il primo libro consultato in biblioteca), ma la regia sembra occuparsi soprattutto del ritmo da imprimere al racconto, che scorre veloce ma zoppicante. Anche la messa in scena di Gore Verbinski suona il piu' delle volte fasulla, con una quotidianita' (vera anticamera della paura) che non viene mai allo scoperto, soffocata dalla patina hollywoodiana di scenografie, interpreti e situazioni. Qualche momento di tensione c'e': la prima sequenza con le due ragazzine in casa da sole (bello il dettaglio del corridoio della casa fuori fuoco con il frigorifero aperto in primo piano), il pre-finale con lo scioglimento del mistero. Ma l'insieme avrebbe potuto essere molto piu' spaventoso e coinvolgente. E' sempre discutibile la scelta tutta americana di rifare di sana pianta un film gia' funzionante. L'originale "Ringu" di Hideo Nakata (tratto dal romanzo di Suzuki Koji) e' stato infatti un grande successo in Giappone, dove ha scatenato due sequel, un prequel e una serie televisiva. Perche' copiarlo anziche' distribuirlo? Si continua a sottovalutare la capacita' del pubblico di accettare qualche cosa al di fuori degli standard, identificando la diversita' con il rifiuto. La strategia della Dreamworks si e' rivelata commercialmente vincente, ma pare celare un vuoto di idee ed una strategia, non solo economica ma anche politica, volta alla colonizzazione piuttosto che alla condivisione.

Regia: Gore Verbinski.
Gli interpreti: Naomi Watts, Martin Henderson, David Dorfman, Brian Cox, Jane Alexander.
Anno: 2002.
Durata: 115 min.
Paese: Giappone / USA.