| |
|
 |
Alexandra's Project |
 |
|
 |
|
 |
| |
|
Regia: Rolf de Heer.
Gli interpreti: Gary Sweet, Helen Buday, Bogdan Koca, Jack Christie, Samantha Knigge.
Titolo originale: Alexandra's Project.
Durata: 100.
Anno: 2002.
Paese: Australia.
|
|
 |
|
 |
|
 |
|
 |
| |
Recensito da: Luca Baroncini
Il film dell'australiano Rolf de Heer offre uno spunto molto originale
per affrontare l'incomunicabilita' che si cela dietro gesti, sguardi e
parole routinarie all'interno di un nucleo familiare, ma perde
progressivamente lucidita' finendo per compiacersi di conclusioni
inutilmente grevi. La situazione di partenza e' intrigante: il marito
compie gli anni, si sveglia raggiante al mattino, riceve gli auguri
degli adorati figli, in ufficio ottiene pure una promozione e si
attende per la sera una festa a sorpresa dalla moglie. In effetti
sorpresa sara', ma quanto di piu' lontano dalla sua immaginazione. Il
regista ha il pregio di costruire con pochi dettagli un'atmosfera
carica di inquietudine, creando curiosita' sugli sviluppi narrativi.
L'immedesimazione con i personaggi, pero', cala progressivamente a
causa di psicologie, inizialmente sfaccettate, ma via via sempre piu'
schematiche. Dietro la quiete solo apparente e la ferocia di un
rancore accumulato in anni di muto distacco, infatti, il modello di
coppia rappresentato e' dei piu' triti; banale, tanto per restare ai
luoghi comuni, anche per gli aneddoti da bar tra uomini in cerca di
conferme alla propria virilita', o per le confidenze tra colleghe,
timorate ma non troppo, in sala mensa: lui arrogante e sempre
arrapato, lei mero oggetto sessuale alla disperata ricerca di affetto.
Sulla pellicola aleggia costantemente il monito "attento maschio,
cerca di capire con attenzione le esigenze della tua compagna se non
vuoi fare la stessa fine". Il problema e' che il film assume
un'unilateralita' nello sguardo difficilmente condivisibile, non
mettendo mai in discussione l'assurdita' della situazione e,
soprattutto, non ponendo l'accento sul fatto che la comunicazione si
fa in due e che incolpare gli altri della propria insoddisfazione
significa deresponsabilizzarsi. In pratica non si limita a mostrare la
degenerazione a cui l'incapacita' di dare voce ad un disagio puo'
arrivare, ma tenta in qualche modo di giustificarla, con un irritante
rapporto causa/effetto. Il cinema ne esce comunque meglio della
lezione morale, grazie all'abilita' del regista nello sfruttare i
limiti oggettivi di un unico set, angusto e buio, attraverso una messa
in scena claustrofobica ma non teatrale. La sceneggiatura alterna
trovate efficaci (il tumore al seno, il piercing, l'escalation
narrativa del videotape di cui la moglie si rivela abile regista) a
inutili lungaggini (gli "stop" e i "rewind" del marito che coprono
maldestramente la loro funzione di stratagemmi per allungare il brodo)
e svolte illogiche (la conclusione grottesca, il "ruolo" nella vicenda
del vicino di casa, la reazione paradossale del protagonista al
violento atto di accusa). Il problema fondamentale del film e' quindi
soprattutto quello di proporsi come un tentativo di estremizzare i non
detti di un rapporto affettivo, per poi giungere a deduzioni vecchie
come il cucco, vagamente moralistiche dietro alla patina provocatoria
e, cosa peggiore, dallo scarso valore aggiunto. Controproducente il
trailer, che anziche' giocare sul mistero dei presupposti, brucia con
ben poca lungimiranza tutti, o quasi, i colpi di scena.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
| |
 |
|
 |
|
|
|
|
|