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Big Fish - Le storie di una vita incredibile |
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Regia: Tim Burton.
Gli interpreti: Ewan McGregor, Albert Finney, Billy Crudup, Jessica Lange, Alison Lohman, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi, Danny DeVito.
Titolo originale: Big Fish.
Anno: 2003.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Edward Bloom ha fatto dell'arte di raccontare il colore della vita,
trasformando la sua esistenza in una serie di aneddoti avventurosi e
divertenti che ripete senza sosta ad amici e familiari. A tutti
risulta simpatico perche' la sua fantasia e' contagiosa, ma il figlio,
ormai trentenne, ha sempre vissuto traumaticamente il rapporto con una
figura paterna cosi' piena di estro ma incapace di reale
comunicazione. Tim Burton ci immerge ancora una volta nel suo mondo
incantato, smussa il lato dark a favore di un grottesco gentile e
lascia che sul film gravi il peso di una morale un po' indigesta. Non
tutto fila liscio nella sua visione. La storia alterna momenti
riusciti e geniali (il colpo di fulmine capace di fermare il tempo; il
doppio incontro con la strega veggente; il gigante buono; la rapina in
banca; la complicita' di marito e moglie immersi nella vasca da bagno)
ad altri piu' deboli (l'atterraggio in Cina; l'arrivo nella cittadina
di Spectre; il domatore nano licantropo; le gag del poeta Norther
Winslow; la necessita' di affidare spiegazioni alla voce-off). La
struttura narrativa cerca di evitare la monotona alternanza di realta'
e finzione, moltiplica le soggettive del racconto e prova a spiazzare,
ma il punto di arrivo e' presto identificabile e ogni tanto il
meccanismo perde fluidita'. Gli interpreti sono tutti azzeccati, a
parte il protagonista Ewan McGregor che dovrebbe trasmettere un
candore a meta' strada tra "Alice nel paese delle meraviglie" e
"Forrest Gump", ma si limita ad esibire una faccia giuliva priva di
autentica vitalita'. La musica di Danny Elfman (storico collaboratore
di Burton) cadenza piacevolmente la magia, mentre il direttore della
fotografia, Philippe Rousselot, esagera con il flou. Su tutto aleggia
una certa superficialita', con una sceneggiatura che sceglie con cura
i momenti da raccontare (un po' come l'Edward protagonista) per
suffragare la sua tesi: l'unico modo per rendere la vita sopportabile
e' inventarsela. I rapporti familiari sono solo abbozzati e anch'essi
piegati alla lezione da impartire, tanto che il ragionevole punto di
vista del figlio viene totalmente sottomesso ad un trionfo
dell'immaginazione che glissa sbrigativamente su un padre egoista e
assente. Un personaggio incapace di ascoltare che se la vita reale ci
appioppasse in ufficio, come compagno di scrivania, farebbe sorgere
istinti omicidi piu' che giustificati. Se puo' essere vero che ognuno
ha la vita che si racconta, Tim Burton estremizza lo sguardo e sceglie
un registro fantastico per narrare episodi gia' di per se'
straordinari (un nano domatore, due gemmelle cinesi, un uomo alto piu'
di due metri, non sono certo personaggi comuni) e perde di vista la
straordinarieta' dell'ordinario. Lo diceva anche Zeno Cosini nel
romanzo di Italo Svevo "La coscienza di Zeno": "La vita non e' ne
bella, ne brutta, ma originale". E questa originalita', Burton la
confina alla sola iperbole onirico-fiabesca. Comunque sia, ci si trova
con gli occhi lucidi a leggere i titoli di coda. Merito di una
commovente e riuscita sequenza conclusiva che trasforma la morte in un
rito gioioso e riconcilia con il tentativo, sincero ma forzato,
dell'eclettico regista di giustificare il suo bisogno di vivere (per
sempre) attraverso il suo cinema.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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