Elephant

 
 

Regia: Gus Van Sant.
Gli interpreti: John Robinson, Eric Deulen, Elias McConnel, Alex Frost.
Durata: 81.
Anno: 2003.
Paese: Francia/Gran Bretagna/Italia .

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Gus Van Sant continua la sua strada di sperimentazione del mezzo cinematografico e affronta la tristemente nota strage alla Columbine School in Colorado del 1999 mostrando, con freddezza da chirurgo, i fatti nella loro essenzialita': un giorno qualsiasi, una scuola brulicante di studenti (sempre in giro e mai in classe), chiacchiere di routine, tanti visi sovrapponibili, ognuno con una storia differente da raccontare o forse sempre la stessa storia in abiti diversi. La oliata quotidianita' viene squarciata da due giovani che, dietro l'aria qualunque, serbano un rancore profondo verso i compagni di scuola dalla presa in giro facile e i professori che non sono stati capaci di ascoltarli. Il lungometraggio segue il destino beffardo di alcuni abitanti della cittadella scolastica (parlare di liceo sarebbe riduttivo) nell'arco della mattinata fatidica, si incolla alle loro schiene e li pedina con insistenza, sfocando i contorni di un "fuori" difficile da comprendere e motivare, fino al massacro finale. Il film e' tutto qui, ma dietro la semplicita' di copertina c'e' un percorso registico molto sofisticato: un formato inconsueto (1:33 al posto del canonico 1:85), lunghi e complicati piani sequenza, molteplici punti di vista che ripropongono (senza aggiungere molto, peraltro) l'attimo che separa la quiete apparente dell'ordinario dall'orrore dello straordinario. L'idea di esplicitare i fatti partendo dall'interno dell'azione e' forte ed efficace, ma non appena il film esce dalla cronaca per soffermarsi su quello che i giornali hanno potuto soltanto ipotizzare, la banalita' del male inciampa nella banalita' dello sguardo. Cio' che viene mostrato dei futuri assassini pare infatti materia per un becero talk show da "prime time" televisivo: in una sola mattina i due restano affascinati da un documentario sul nazismo, si dedicano a violentissimi videogiochi, si lanciano in un approccio omosessuale, mentre la famiglia e', ovviamente, uno sfondo indistinto, distratto o assente. Il tutto inframmezzato da dialoghi pronunciati con l'apatia di un "mi passi il the cara!". E la forzatura continua nella messa in scena del massacro. La violenza resta quasi sempre fuori campo, ma il gelo e l'indifferenza degli assassini, come anche degli altri ragazzi (lenti, flemmatici e per nulla terrorizzati) suona semplicemente falso. L'agghiacciante vacuita' di una generazione priva di punti di riferimento e àncore affettive, si traduce cosi', attraverso un taglio asciutto e minimale, in un bell'esercizio di stile dal poco valore aggiunto. Il turbamento che ne deriva e', anch'esso, solo di superficie e non scalfisce. Pronto, una volta fuori dalla sala cinematografica, ad essere spazzato via da un vento autunnale in grado di scompaginare immagini e pensieri. Il centrifugato di nitrato che ne rimane e' solo un lieve piacere, tutto di testa.

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