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TITOLO |
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Regia: Peter Jackson.
Gli interpreti: Elijah Wood, Cate Blanchett, Ian Holm, Ian McKellen, Orlando Bloom, Billy Boyd, Christopher Lee, Dominic Monaghan, Viggo Mortensen, John Rhys-Davies, Andy Serkis, Liv Tyler, Hugo Weaving, Sean Astin.
Titolo originale: The lord of the rings: the return of the king.
Durata: 200.
Anno: 2003.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Piu' che un film, un evento mediatico, un vero e proprio fenomeno di
massa che, superando le piu' rosee aspettative al box-office, ha dato
voce (ma soprattutto pupille) al bisogno di fuga dal poco rassicurante
quotidiano di buona parte della platea mondiale. Ed e' davvero curioso
vedere intere generazioni di spettatori in docile sottomissione alle
coordinate, non poi cosi' immediate, della Terra di Mezzo. Tutti
desiderosi di conoscere la fine di un'avventura iniziata sullo schermo
piu' di due anni fa e che ha accompagnato fino ad oggi la magia, molto
piu' terrena, del succedersi inesorabile delle giornate. Il primo
film, il piu' riuscito della trilogia, ha aperto la strada alla saga
con una narrazione compatta, fondendo con peculiare equilibrio i
prodigi tecnici e il lato umano dei personaggi. Con il secondo
episodio, forse il piu' difficile per la sua fisiologica funzione di
raccordo, qualche cosa nei risvolti psicologici si perde, ma il Gollum
di parziale sintesi, unito all'epicita' del racconto, mantiene saldo
l'incanto. Arrivati al capitolo finale, c'e' la necessita' di tirare
le fila della storia (e qualche lungaggine mista ad ingenuita' nei
dialoghi si fa sentire), ma Peter Jackson si fa lungimirante
interprete delle esigenze di un pubblico famelico di effetti speciali
non privi di sostanza. E cosi' orchestra la conclusione sull'attesa
(diciamolo, eccessiva) prima della potente resa dei conti. Sono quindi
tre i momenti in cui e' possibile suddividere il lungometraggio: la
preparazione, la grande battaglia e la conclusione; parte,
quest'ultima, dagli esiti ridondanti, con una successione di
non-finali che smorza il pathos di addii e onorificenze. Tanto che la
parola fine, dopo tre ore e venti minuti di proiezione, e' salutata,
nonostante l'affezione verso i protagonisti divenuti eroi, con un
"Ohh!" di incredula liberazione. E' comunque il senso di meraviglia il
collante delle varie sequenze, tutte improntate alla maestosita'
dell'avventura. Solo i fan, o chi in questi tre anni ha avuto voglia
di studiarsi il complicato mondo della Terra di Mezzo, potranno capire
a fondo le motivazioni dei personaggi. Gli altri, grazie ai diversi
livelli di profondita' della sceneggiatura, riusciranno comunque a non
perdersi tra le molteplici etnie e a godere principalmente della
sublime efficacia dell'impianto visivo. E' con un "ohh!", questa volta
di stupore, che si segue lo spettacolare arrivo di Gandalf a Minas
Tirith, e l'"ohh!" aggiunge nuove vocali nella trepidazione che
accompagna l'ascesa di Frodo e Sam tra le rocce, nelle viscide mani
dell'infido Gollum. Le vocali raggiungono poi sonorita' sibilanti
quando giganteggia il mostruoso ragno, fino a zittirsi davanti
all'imponenza della battaglia in energica progressione, dove draghi
e olifanti si uniscono a razze di ogni specie prima che la iattura
dell'anello riesca finalmente a dissiparsi. In gioco c'e' la salvezza
o la rovina totale e la regia predilige i toni cupi di un'atmosfera
vicina al crepuscolo, perfettamente coadiuvata dalla fotografia livida
di Andrew Lesnie. Un po' datata solo la resa ectoplasmica dei
"non-morti", che riempie lo schermo ma lascia eccessive tracce di
pixel. Tra i personaggi, oltre alla scissione di Gollum (che resta la
creatura piu' riuscita), ai turbamenti di Frodo, alla prestanza di
Aragorn e al carisma di Gandalf, e' il momento di Sam, vero artefice
della vittoria e colpisce la breve ma spaventosa maschera di Whitch
King, comandante della flotta dei draghi. Gli interpreti continuano a
ben rappresentare le dinamiche dei personaggi che incarnano. Gli
uomini sono meglio delle donne, ridotte a puro ornamento, fatta
eccezione per la guerriera Miranda Otto (Liv Tyler e Cate Blanchett
hanno trovato nel film un provvidenziale vitalizio, facendo poco o
nulla e ritagliandosi un posto nella leggenda). A questo punto, a
degna conclusione della favola, manca solo l'Oscar. Anche se non sara'
l'ambita statuetta, cassa di risonanza piu' commerciale che artistica,
a determinare il valore di un'opera che, volenti o nolenti, ha
cambiato, rivitalizzandoli, i canoni estetici del genere fantasy.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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