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In linea con l'assassino |
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Regia: Joel Schumacher.
Gli interpreti: Colin Farrell, Forest Whitaker, Kiefer Sutherland, Radha Mitchell.
Titolo originale: Phone Booth.
Durata: 81.
Anno: 2002.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Un uomo all'interno di una cabina telefonica, in linea con un cecchino
impazzito che lo tiene sotto tiro e guardato a vista anche dalla
polizia, che lo crede un assassino. Ci sono tutti gli elementi per un
thriller carico di tensione, dai risvolti claustrofobici e dal forte
impatto emotivo. Nelle mani di Joel Schumacher, invece, l'interessante
soggetto sfuma in un convenzionale film del genere "solo contro
tutti". Il problema principale del lungometraggio e' che le dinamiche
dell'azione sono subito esplicite. In pratica, non c'e' un mistero da
svelare, ma il "movente" del maniaco redentore e le "colpe" della
vittima lasciano poco spazio ai dubbi dello spettatore, in grado di
capire tutto troppo in fretta. Essendo chiaro il "cosa", resta da
scoprire il "come", ma gli sviluppi non riservano particolari
sorprese. Ad aumentare il distacco da quanto scorre sullo schermo, si
rivela determinante la scelta di dare al cecchino una voce non
disturbata dal filtro della cornetta ma perfettamente nitida, come se
il dialogo telefonico alla base della sceneggiatura avvenisse "live".
Una decisione determinata probabilmente dalla necessita' di non
appesantire troppo il prodotto finale, ma con il risultato di rendere
immediatamente "falsa" una situazione dai presupposti "veri". Fin
dall'inizio, comunque, la regia di Joel Schumacher e la sceneggiatura
di Larry Coen non vanno per il sottile, caratterizzando il
protagonista, ben interpretato dal divo in ascesa Colin Farrell, come
uno yuppie maleducato, egocentrico e cinico. Un personaggio che pare
un residuo sopra le righe degli anni ottanta, per nulla contaminato
dalla voglia di apparire o dall'ansia di scoprire se stesso e ancora
fermo ai must vanziniani "carrierismo" e "ostentazione". Ma tutto il
progetto rischia di apparire gia' datato in partenza, dal look (i
vestiti, il trucco, il taglio di capelli) all'ambientazione (la stessa
cabina telefonica, i palazzi, le vetrine). A dare il colpo di grazia
al film e', pero', la virata moralistica finale, con un monologo di
"mea culpa" che semplifica in modo imbarazzante psicologie, situazioni
e sviluppi narrativi. Tutto il film pare proteso alla inevitabile resa
dei conti, in cui la presa di coscienza del protagonista trova sfogo
in un pistolotto espiatorio che azzera le sfumature e attribuisce alle
cose la fastidiosa etichetta di "giusto" e di "sbagliato". Oltre che
al semplice intrattenimento, quindi, il film sembra ambire anche a
riassumere senza alcuna ironia (come al solito assente dalle corde di
Schumacher) i mali del millennio: la comunicazione ridotta a frenesia
telefonica, la perdita di valori, il consumismo come scudo emotivo. Ma
la critica e' di grana grossa e il thriller langue.
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