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Ken Park |
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Regia: Larry Clark, Edward Lachman.
Gli interpreti: Tiffany Limos, James Ransone, Stephen Jasso, Amanda Plummer, James Bullard, Shanie Calahan.
Titolo originale: Ken Park.
Durata: 96.
Anno: 2002.
Paese: Olanda / Francia / USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Provocazione gratuita o arguto specchio del grigiore dei tempi?
Il dubbio, quando si parla di Larry Clark (qui co-regista insieme a Ed
Lachman, apprezzato direttore della fotografia per Wenders e
Bertolucci) e' piu' che lecito, visto che l'esordio del 1995, con
"Kids", lasciava trasparire un compiacimento di dubbio gusto. Con "Ken
Park", pero', lo stile si e' evoluto: niente piu' sgranature da film
verita', ma una bella fotografia curata dallo stesso Lachman e,
soprattutto, una morbosita' che sfuma in indifferenza, un'assenza di
rielaborazione che colpisce sia i protagonisti che lo spettatore. Lo
stesso vuoto dei personaggi si trasmette cosi' al pubblico, che
finisce con il subire le tante varianti sessuali mostrate e gli
eccessi di violenza, senza particolare trasporto.
Il soggetto e la sceneggiatura, elaborati da Harmony Korine (gia'
regista del dogma "Julien Donkey Boy") permettono di entrare nella
squallida quotidianita' di alcuni ragazzi e delle loro famiglie che
vivono a Visalia, piccolo paese californiano. Le casette a schiera
racchiudono pulsioni inespresse e insoddisfazioni, ma soprattutto una
rabbia feroce che impedisce a tutti i personaggi di trovare un
equilibrio, o anche solo di cercarlo. Il film non offre soluzioni, ma
sceglie un'estremizzazione dello sguardo lasciando allo spettatore il
compito di motivare quanto esibito. Un cinismo di fondo trasforma ogni
provocazione in normalita' e punta il dito sull'inefficienza della
famiglia, a cui viene indirettamente riconosciuto un ruolo
fondamentale nella crescita dell'individuo.
L'esito del film e' ovviamente contraddittorio, perche' utilizza gli
stessi elementi (sesso e violenza) che critica, ma suggerisce alcune
considerazioni. Intanto fa piacere che per una volta il cinema non
nasconda la vita, ma mostri corpi e secrezioni senza occultare con una
dissolvenza quello che i personaggi vivono in prima persona. Certo,
sarebbe molto piu' rivoluzionario abbinare il sesso esplicito ad una
bella storia d'amore, senza per forza connotarlo in modo negativo e,
perdipiu', a braccetto con la violenza. Inoltre e' interessante che
non siano tanto i ragazzini, quanto i genitori, il bersaglio del film.
I giovani protagonisti, infatti, sono rappresentati come vittime di
un'educazione fatta di regole, impartite da genitori che attraverso un
ritornello privo di sostanza pensano di avere assolto il loro ruolo.
In questo senso non stonano affatto le esagerazioni al limite del
grottesco, esibite per quasi tutto il film, che diventano lo specchio
di un occhio deformato, incapace di dare alle cose il giusto peso.
Nonostante tutti i tentativi razionali per interpretare il
lungometraggio, resta pero' un atroce dubbio: "Come mai dalla visione
di "Happiness" di Todd Solondz, che affrontava tematiche non troppo
dissimili, si usciva distrutti, mentre "Ken Park" non lascia alcuno
strascico e, anzi, viene ricordato solo per le scene forti?"
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