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L'ultimo samurai

 
 

Regia: Edward Zwick.
Gli interpreti: Tom Cruise, Ken Watanabe, William Atherton, Billy Connolly, Darin Fujimori, Seizo Fukumoto..
Titolo originale: The Last Samurai.
Durata: 144.
Anno: 2003.
Paese: USA.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Tom Cruise e' uno dei pochi attori che solo con la sua fotografia accanto al titolo riesce ad attirare mezzo mondo al cinema. Senza addentrarci nel fenomeno divistico che, abbastanza incomprensibilmente, lo circonda, trasformando in evento ogni film di cui e' protagonista, resta comunque un mistero la pioggia di consensi, anche critici, ricevuti da "L'ultimo Samurai". Basta infatti l'enfatica voce off che accompagna i primi fotogrammi per farci capire che saremo testimoni di un polpettone in piena regola. Una storia che, nonostante i precisi connotati temporali e geografici (la fine del 1870 in Giappone) e un'apertura un tempo impensabile nei confronti della cultura orientale, potrebbe essere stata scritta cinquant'anni fa. Un calibrato miscuglio di "Balla coi lupi", "Braveheart" e "Il gladiatore", senza pero' il realismo del film di Costner, la forza del Wallace di Mel Gibson e la fascinazione visiva di Ridley Scott. Quello che ne viene fuori e' un onesto (mantiene cio' che promette) quanto superficiale lungometraggio, che sciorina l'ennesima facile lezioncina sui veri valori a cui ispirarsi per raggiungere e mantenere la civilta'. Nel caso specifico tocca all'onore, esaltato come punto di partenza e di arrivo per una vita che si voglia degna di essere vissuta. E' quindi la retorica il collante delle varie sequenze, che prevedono il solito percorso di formazione, immancabile nelle pellicole hollywoodiane incentrate sul confronto tra etnie diverse. La prima parte non ci risparmia infatti nessun luogo comune: l'eroe decaduto, la miracolosa salvezza in campo nemico, l'incontro con la saggezza di quello che si credeva il burbero avversario, la contaminazione, il training fisico (da far rimpiangere il "metti la cera", "togli la cera" di "Karate Kid"), la scelta decisiva, il grande scontro, il prima graduale e poi brusco ridursi della zavorra (ne restera' soltanto uno), fino al sanguinoso trionfo. Dalle stalle, ovviamente, alle stelle. La messa in scena di Edward Zwick (il cui pedigree vanta la simil-polpetta "Vento di passioni") si salva solo nel respiro epico delle battaglie, dall'impatto forte e spettacolare.
Per il resto pecca di approssimazione: non basta un vicolo con due panni stesi per fare vecchio West, o qualche probo contadino piegato in due sui campi mentre bambinetti da spot giocano tra loro e la bella di turno cucina manicaretti, per rendere la quotidianita' di un remoto villaggio giapponese. E non bastano due sottotitoli per dare l'idea che il problema linguistico sia stato affrontato con precisione (come non sorridere al giappo-italiano che trasforma un samurai nella voce automatica che annuncia i treni in stazione?) Certo, la sceneggiatura non aiuta; traveste ogni dialogo con la carta argentata di un Bacio Perugina e appiattisce qualsiasi implicazione caratterizzando in modo solo apparentemente problematico i personaggi; lo stesso protagonista ha infatti le idee chiare sul da farsi e ben pochi dubbi: sceglie sempre la strada giusta, cade e si rialza senza particolari strascichi fisici ed emotivi e non traspare mai la sua vulnerabilita'. Del resto, come dargli torto: arriva in un villaggio che sembra il Paradiso Terrestre (o la Terra di Mezzo?), dove tutti lavorano duro, si vogliono bene e inseguono nobili ideali, viene trattato con ogni riguardo e incontra pure l'amore in una graziosa e delicata fanciulla (la modella Koyuki)! Ma veniamo a lui, la star mondiale, che oltre a interpretare, co-produce il costoso progetto. Tom Cruise ci mette anima e corpo impegnandosi a essere credibile come samurai, ma l'espressivita' soggiace all'enfasi con cui accentua sguardi e gesti pensando all'Oscar (una scena per tutte: il pistolotto iniziale sotto i fumi dell'alcool). Come guerriero riesce a cavarsela, ma gli ruba la scena il ben piu' carismatico Ken Watanabe. Anche lui, pero', ridotto a cartolina di quello che lo stereotipo vuole come orientale. Largo quindi a sake', saggezza antica, harakiri, emozioni contratte, rispetto, formalita', disciplina, onore e ovviamente la Katana (divenuta oggetto di culto per feticisti della superficie). Tutto vero, probabilmente, ma non necessariamente credibile nella concentrazione da Bignami operata da Zwick. Non spicca neanche la centesima colonna sonora del piu' che prolifico Hans Zimmer. Lo "score" sfrutta sonorita' ampiamente rodate cercando una suggestiva commistione di pathos ed epicita', ma si limita a echeggiare "Il Gladiatore" senza imprimersi nella memoria.
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