Manhunter

 
 

Regia: Michael Mann.
Gli interpreti: William L. Petersen, Kim Greist, Joan Allen, Brian Cox, Dennis Farina, Tom Noonan, Stephen Lang, David Seaman, Benjamin Hendrickson.
Titolo originale: Manhunter.
Durata: 119.
Anno: 1986.
Paese: USA.

 
 
 
  Recensito da: Emanuele Di Nicola
Un serial killer stermina intere famiglie durante le notti di luna piena; dopo due stragi, in attesa della terza esplosione di follia, si mette sulle sue tracce l'agente dell'FBI Will Graham, costretto a tornare al lavoro dopo un evento traumatico.
Il film di Michael Mann si staglia come una pietra angolare sulla cinematografia degli anni '80: tratto dal romanzo di Thomas Harris "Red Dragon", si colloca diversi anni luce prima del commerciale remake di Brett Ratner. Qui si incontrano due menti infestate dai fantasmi, contrapponendo la figura del poliziotto e l'assassino fino ad inglobarle: l'agente Graham scruta nell'abisso, ma è un processo di progressivo impazzimento. Lo specchio, che il maniaco puntualmente frantuma per assecondare le sue fantasie, riflette il teorema del delirio rispedendolo al mittente: "siete della stessa razza", annuncia tetramente il dr.Lektor dalla sua cella di bianco ossessionante. Graham entra nella mente del mostro ("Non è vero, figlio di puttana?"), si fonde e si confonde con esso; né sceglie di abbandonare la caccia per proteggere la sua famiglia, dove l'imperativo etico è compiere il suo dovere. L'assassino Dolarhyde è l'altra faccia della medaglia, inquietante e luciferina (Dolar-Hyde); una mano sulle labbra gli consente di nascondere la sua deformità, in favore di un disperato pianto silenzioso. Niente ostentazioni, semplicemente una doppia vita e l'ansia della trasformazione: soltanto colei che non ha l'uso degli occhi può forse osservarlo ed accettarlo. Ma la sua devianza mentale, plasmata su inesistenti fantasie sessuali e platonici tradimenti, non concede alcun bagliore di normalità; il compimento della tragedia è dietro l'angolo. Davanti al compimento dell'atto c'è solo lo spazio di una vetrata infranta, il volto di Graham sfregiato per l'ennesima volta, la mente che si getta nello scontro incapace di pensare. Il cacciatore e la preda sono ampiamente confusi, si scambiano di ruolo e fanno le giravolte: Graham e Dolarhyde si incontrano soltanto nel concitato finale, ma le loro esistenze si dipanano parallele ed inscindibili, in una delle migliori coppie di antagonisti mai viste sullo schermo. La loro trasformazione in carne ed ossa è fornita da due grandi attori: William Petersen è la maschera ambigua e dolente del detective, che nasconde dietro allo sguardo la sofferente doppiezza, il malsano Tom Noonan nelle vesti dell'assassino si rivela autentico prodigio scenico.
La regia è stilizzazione crudele: Mann sceglie la geometria postmoderna per disegnare la parabola degli ambienti, rovescia la sequenza d'azione optando per il rallentamento, gioca con i colori (il tramonto vero contro il tramonto disegnato, nelle due abitazioni dei Graham) e si esalta nell'impeto figurativo (marito e moglie si abbracciano nudi, avvolti dalle lenzuola: sembrano ritratti da Egon Schiele). La rigorosità dell'inquadratura diventa d'un tratto barcollante (Will fugge dalla cella del dr.Lektor), la scelta del silenzio e del non-detto si impone come realmente terrorizzante (l'agente sparge le foto dei crimini sull'aereo, stuprando la vista di una bambina: brivido), l'allusione favorisce il piacere dell'affabulazione, a cui lo spettatore si abbandona a corpo morto nonostante la deliberata lentezza dell'intreccio. La rincorsa al rallentatore verso l'esplosione della drammaticità dissolve nel torbido luoghi e personaggi, divarica situazioni all'estremo, come in un movimento elastico; poi finalmente esplode - non ce la facevamo più - nell'ultima sequenza incorniciata dal balletto mortuario della telecamera. L'incontro - confronto - scontro finale avviene sulle note di "In A Gadda Da Vida" degli Iron Butterfly. All'epoca il film fu sottovalutato, oggi è giustamente un cult.
Voto: 9