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Mystic River |
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Regia: Clint Eastwood.
Gli interpreti: Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Laurence Fishburne, Marcia Gay Harden, Laura Linney.
Titolo originale: Mystic River.
Durata: 137.
Anno: 2003.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
C'e' un parallelismo poco confortante tra l'ultima fatica di Clint
Eastwood e "21 Grams", il nuovo film di Alejandro Gonzalez Inarritu a
breve sugli schermi: il modo assolutamente gratuito attraverso cui gli
eventi sfociano nel dramma. Ma il vero trait d'union e' Sean Penn, da
sempre (tranne poche trascurabili eccezioni, tipo "Non siamo angeli"
di Neil Jordan) garanzia di grevita' e destinato a insopportabili
scene madri. Lo spunto e' una sorta di "It" sotto il cielo plumbeo di
Boston ma senza la fantasia salvifica di Stephen King: tre ragazzini,
uno dei quali traumatizzato durante l'infanzia, si ritrovano, ormai
adulti, ad affrontare da tre punti di vista diversi una nuova
tragedia, pronta a risvegliare i fantasmi, mai sopiti, del passato. Il
racconto e' costruito con solidita', ma tenta di abbinare lo
sfaccettato percorso emotivo dei protagonisti con l'intrattenimento,
fallendo entrambi i fronti. Nel dipanarsi della vicenda, infatti, i
caratteri finiscono con l'assottigliarsi sempre piu', fino a diventare
monolitici e la vicenda gialla viene prolungata all'infinito per poi
congiungere, di colpo, tutti i tasselli, con una trovata ad effetto ma
a credibilita' zero. Molti i temi affrontati: senso di colpa,
redenzione, destino, vendetta, dolore, ma tutti scolpiti in una
sceneggiatura ricattatoria che li ingigantisce senza approfondirli. Il
film vive di contrapposizioni forti: la bambina che fa la Prima
Comunione mentre si scopre il cadavere martoriato della sorella
maggiore; i tre ragazzini del prologo che si trovano a fronteggiarsi
dopo trent'anni in ruoli antitetici. E la furbizia dello script e'
appena attutita da una messa in scena secca e rigorosa, valorizzata da
una luce livida e da un commento sonoro di minimale efficacia. Se il
prologo, nella sua essenzialita', ha un impatto quasi devastante, via
via che i fatti scorrono, si percepisce sempre di piu' la forzatura di
una shakesperiana resa dei conti. Stonano anche alcuni personaggi
secondari, dalla madre del giovane fidanzato della vittima, che pare
uscita da una sit-com, alla silente moglie del poliziotto Sean, di
rara inconsistenza. Gli interpreti, sia maschili che femminili, sono
invece tutti in parte, ma il racconto corale e' sovrastato dalla
vocazione al titanismo del gia' citato Penn. Nulla ci viene
risparmiato della sua calata agli inferi e ce lo dobbiamo sorbire in
tutte le gamme della disperazione, solo o con altri, quasi sempre
invadente. Di tutti i confronti, il piu' riuscito e' quello con la
brava Marcia Gay Harden, nella notte, in cucina, per una volta
ispirato alla sobrieta' e con piccole notazioni (lei che chiude lo
sportello della credenza rimasto aperto) a conferire un tocco di
autenticita'. La colpa non e' comunque tutta del pur bravo Penn, ma
anche del suo personaggio a tinte forti e della costumista, che lo
agghinda in grottesca progressione fino a renderlo clone di Bono degli
U2, oltre che ridicolo (vederlo, per credere, con occhialoni o trench
in pelle). Anche la riepilogativa parata finale, apoteosi di
un'apparenza che cela colpe rimaste tali, poco aggiunge alla
negativita' esasperata della storia. Un ritratto di periferia in nero
che si risolve in un pessimismo di taroccata geometria.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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