Primo amore

 
 

Regia: Matteo Garrone.
Gli interpreti: .
Titolo originale: .
Durata: 100.
Anno: 2003.
Paese: Italia.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Al suo quinto film Matteo Garrone raffina lo stile, gia' molto personale ne "L'imbalsamatore" ma vincolato a una narrazione disequilibrata, e mette in scena il gioco di potere alla base dei rapporti affettivi. Come spesso succede al cinema, sono gli estremi ad attirare le storie, e infatti i due protagonisti vivono all'ennesima potenza cio' che qualsiasi coppia ha modo di sperimentare senza per forza sforare nel patologico. Capita di frequente, infatti, che uno dei due, o anche entrambi in ambiti diversi, eserciti sull'altro un potere che fa leva, il piu' delle volte involontariamente, su un senso di inadeguatezza. Nel film Sonia ha venticinque anni, e' simpatica ed espansiva, lavora in un negozio equo-solidale di giorno e alla sera presta il suo corpo agli sguardi discreti degli studenti dell'Accademia. Si sente magra, ma per l'orafo Vittorio non lo e' abbastanza. E' davvero ben condotto e comunicativo il loro primo incontro alla stazione degli autobus di una cupa eppure luminosa Vicenza, fatto di silenzi, imbarazzi e delusioni. Non sappiamo come sono entrati in contatto, ma capiamo che basta una frase, un rifiuto, per legarli indissolubilmente e in modo tutt'altro che bilanciato.
L'insoddisfazione di Vittorio verso il fisico troppo in carne di Sonia trova infatti un varco inatteso, come se la ragazza potesse finalmente dare sfogo a un senso di frustrazione covato a lungo, in cui atavici sensi di colpa si fondono con una profonda e autodistruttiva disistima verso se stessa. Quello che inizia come un rapporto solo un po' particolare si evolve cosi' in una vera e propria caduta agli inferi. Dimagrire diventa un'ossessione e l'obiettivo dei quaranta chili un miraggio in grado di riportare il corpo alla sua essenzialita', condizione imprescindibile per Vittorio, che trasferisce negli affetti cio' che ha imparato dal padre e suběto nel suo lavoro di orafo fin dall'infanzia: l'eliminazione del superfluo per arrivare a cio' che e' davvero prezioso, per cui vale veramente la pena, la sublime purezza.
L'emotivita' dei personaggi e' resa perfettamente dalla regia di Garrone, attento a sfruttare la naturalezza dei due credibili interpreti. L'attrice teatrale Michela Cescon si annulla nella progressiva scarnificazione di Sonia, a cui cede con sconvolgente aderenza fisica. Lo scrittore Vitaliano Trevisan (anche co-sceneggiatore) non esaspera la nevrosi di Vittorio, ma ne vive il disagio attraverso l'agghiacciante immobilita' dello sguardo; un disagio che trova nello straniante effetto della cadenza veneta una efficace cassa di risonanza. La regia, coadiuvata dall'intenso commento sonoro della Banda Osiris, cura molto la composizione delle immagini, che si distinguono per bellezza ed armonia, rischia il gratuito vezzo d'autore (la corsa di Sonia tra gli alberi in cui l'occhio della macchina da presa diventa invadente) e raggiunge l'apice dell'espressivita' nella sequenza della gita in barca. I primissimi piani sfocati dei due protagonisti sono infatti una perfetta sintesi della distanza che li separa dal resto del mondo.
Inevitabile, e forse proprio per questo da evitare, la tragedia finale.
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