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Velluto Blu |
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Regia: David Lynch.
Gli interpreti: Isabella Rossellini, Kyle MacLachlan, Dennis Hopper, Laura Dern, Hope Lange, Dean Stockwell, George Dickerson, Priscilla Pointer.
Titolo originale: Blue Velvet.
Durata: 120.
Anno: 1986.
Paese: USA.
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Recensito da: Emanuele Di Nicola
Bisogna riconoscere che in quest'epoca di film hollywoodiani "col
messaggio", proiezioni in anteprima riservate a target specifici, e
pernicioso botteghinismo - un Cinema Plebiscitario, in cui votiamo con i
nostri soldi di spettatori per effetti spettacolari che ci facciano provare
emozioni, o per narrazioni di cliché moralistici che non ci scomodino dal
nostro confortevole torpore - il disinteresse quasi sociopatico che mostra
Lynch verso la nostra approvazione sembra una ventata d'aria fresca.
(David Foster Wallace)
Quasi introvabile, da lungo tempo assente sul piccolo schermo, Velluto blu
di David Lynch è anche la molla che mi spinge a comporre questa
riflessione; uscito nel 1986, nove anni dopo Eraserhead e dieci anni prima
di Strade perdute, fu accompagnato al Festival di Cannes da un fragoroso
clamore. In particolare, la decostruzione di Isabella Rossellini (all'epoca
compagna del regista), il suo aberrante processo di dissolvimento
fisico/mentale avevano avuto un effetto di straripante disturbo sulla
genteperbene della passarella francese. In effetti, il teorema lynchiano è
un film forte, destinato a rivoltare lo stomaco debole: egli arriva a
riprendere una scena di fist-fucking, senza alcuna enfatizzazione né
sottrazione, ma semplicemente inserendola nel surrealismo del dedalo
narrativo. Ma partiamo dall'inizio: Lumberton, North Carolina. Il giovane
Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan) compie un agghiacciante ritrovamento: un
orecchio umano divorato dagli insetti, in un prato dietro la sua
abitazione. Il punto di origine diventa la torbida chiave d'accesso ad
un'altra dimensione: il mondo solare, idillico della provinciale
quotidianità americana si contrappone alla crepuscolare anormalità della
notte, introdotta da una rampa di scale buia che il protagonista percorre
ossessivamente più volte durante la pellicola. Qui si muovono due
personaggi ambigui: la cantante Dorothy Vallance (Isabella Rossellini) ed
il maniacale Frank (Dennis Hopper), che la sevizia in vari modi per
assecondare le sue ossessioni erotiche. Diciamo subito che la trama del
film è poco importante: Lynch può filmare situazioni "normali" (il giovane
curioso, l'indagine, la vittima, l'abuso sessuale) ma non le filma mai in
maniera normale. La potenza dell'inquadratura è rivoluzionaria: per
restituire allo spettatore un delirio di irrazionale surrealismo, ogni
movimento è studiato al minimo dettaglio. La m.d.p. compone degli arabeschi
impercettibili e rallentati, muovendosi spesso dal basso verso l'alto; così
viene soffocata ogni possibile ariosità all'interno del luogo chiuso, per
ripiegare su una disturbante deriva claustrofobica (ma l'apoteosi sarà il
poliforme appartamento di Fred in Strade perdute). Prendiamo l'abitazione
di Dortohy: le dissolvenze scure dei colori accerchiano la lugubre ed
inspiegata danza di una tenda (c'è qualcuno dietro? Forse lo stesso
regista?), mentre le due piante verdi presso la porta modellano l'unica
devianza visiva dell'ambiente; la violenta sterzata cromatica è il
vaticinio della violenza fisica, perché il soffio dell'aberrazione si
respira nel gorgo quotidiano, prima ancora della sua traduzione in
perversione visiva. Jeffrey, dall'interno di un armadio, osserva la
concatenazione degli eventi, sostituendosi allo spettatore cinematografico
(lo stesso faranno le due protagoniste del recente Mulholland Drive,
assistendo allo spettacolo nel Club Silencio). La tentazione voyeuristica
suggerisce una convergenza con il cinema di Polanski, ma Lynch scatena
l'estro figurativo di un capostipite; questo è soltanto il prologo della
libido, perché non appena Jeffrey conoscerà la spirale sesso/violenza
finirà per fondersi in esso come in osmosi, rimanendone morbosamente
affascinato ("Colpiscimi!", lo implora Dorothy).
Da qui, il primo simbolo importante nel film di Lynch: lo sguardo. In
verità già ampiamente manovrato dal mezzo cinematografico (La finestra sul
cortile di Hitchcok, per dirne uno a caso), la materia si presta ad una
facile metafora: non è forse la macchina da presa un prolungamento
dell'occhio stesso? No. A Lynch questo non sembra interessare, se non come
scontato punto di partenza; decisamente più intrigante plasmare un
entusiasmante contraddittorio filmico, molto oltre l'ossimoro, dove
dall'aborto della contraddizione sorge la contaminazione. Il perfido Frank
non vuole che Dorothy lo guardi mentre lui la stupra, ma subito dopo
ringhia "fammela vedere"; e ancora "che cazzo ti guardi?", domanda a
Jeffrey in un violento faccia a faccia. D'altronde, "stanotte che cosa hai
visto?", aveva chiesto la cantante al protagonista. Effettivamente la
questione non è di facile risposta: il giovane sguardo dall'armadio sfiora
soltanto polvere di delirio visivo, immagini sequenziali che potrebbero
avere un altro significato. O forse no: la visione non necessita
dell'inserimento in un qualsiasi scheletro tramico, ma dissolve il
significato ed esalta il significante (una donna striscia seminuda sul
pavimento). Si riafferma qui ed ora il diritto alla soggettiva, intima
folgorazione in quanto tale, perché l'effetto speciale è l'inconscio di chi
guarda: alla tormentosa domanda Lynch non risponde, ma la risposta appare
tuttavia chiara. Allora, che cosa ho visto? "Hai visto quello che vuoi tu".
La mente non si concentra sul taglio dell'orecchio, sul perché e il percome
(al contrario di Tarantino ne Le iene); qui interessa soltanto l'orecchio,
protagonista di un'inquadratura lunga ed insistente. Il viaggio filmico
lynchiano è una crociata ossessiva alla ricerca dell'anormalità fisica e
psicologica, di tutto ciò che possa essere totale rovesciamento dei canoni,
anzi loro dissolvimento, fino all'inesistenza di ogni possibile direttiva;
Dorothy indossa una parrucca e Frank si camuffa in maniera elegante, l'uomo
in giallo è in evidente sovrappeso, il loro complice Ben è uno psicotico
effeminato. Questa deformità, sintomo di un turgido maledettismo, ci
ricorda John Merrick, freak ispiratore di The Elephant Man (lui ed il suo
urlo disperato: "Sono anche io un essere umano!"), oppure il nano che
appare in sogno all'agente Cooper nel successivo Twin Peaks, per
sussurrargli l'indecifrabile identità dell'assassino di Laura Palmer. Ma
dove non la ostenta, la galleria inumana presenta l'anomalia nascosta:
sempre e rigorosamente di natura sessuale ("Colpiscimi!"), nell'oscura
palude del cervello dove Jeffrey finisce riscucchiato (la colpisce). Fra le
pieghe dell'incubo, trova incredibilmente spazio la storia d'amore,
presagio della centrifuga di generi diversi ancora nella serie televisiva
Twin Peaks; ma qui la lettera d'amore è una pallottola, mentre il dolce
sorriso di Sandy (innamorata di Jeffrey) attende l'avvento dei pettirossi.
Ma chissà perché tutto sembra parodico, nel ricongiungimento finale: che la
vacuità dei dialoghi iniziali, spesso sorprendenti d'imbecillità ("Lo sai
come cammina una gallina?"), sia in realtà un vaffanculo all'ingranaggio
hollywoodiano, all'insipido schema del corteggiamento fra protagonisti?
(Attenzione: all'inizio Jeffrey e Sandy, nella loro passeggiata notturna,
ridono a vuoto come due imbecilli, senza nessuna battuta che stimoli
ilarità). E' chiaro che il successivo sogno della ragazza è l'ennesimo,
fallace inganno: il pettirosso arriva materialmente, ma sta divorando un
insetto con il becco. Al rallentatore, un pompiere agita la sua mano in
segno di saluto: è finalmente ricomposto l'idillio di cartapesta, il
cerchio si chiude e si torna all'inizio (in Strade perdute l'anello di
Moebius è ancora più evidente), ma il sottesto implicito rinforza il
tessuto di bene/male, bianco/nero e luce/ombra, che continuano a fondersi e
confondersi nel sanguinario cuore di provincia. L'innocenza non si
disintegra solo in quel di Lumberton; è l'animo umano che l'ha
definitivamente smarrita, perché nessuno spettatore vuole ritrovare sullo
schermo ciò che è entrato in sala per dimenticare. Mi pare che sia proprio
questa l'insana offerta di Lynch (prendere o lasciare), da qui lo smanioso
bisogno di respingerlo, oppure spiegarlo e codificarlo: conoscere il
torbido dentro di noi potrebbe essere rassicurante, se solo rimanesse
dentro. Invece Velluto blu, ma in generale tutta la sua cinematografia, ne
sviscera la multiformità, per aprire gli occhi su una realtà unica ed
indistinguibile. Lungi dal possedere la definitiva interpretazione, ma
soltanto una delle infinite direttive, trovo confermata la mia intuizione
nella conclusione del film, una scabrosa scena da macelleria (ma il gore si
stempera nel grottesco) che scavalca (deride?) ogni manicheismo di
facciata: ne è conseguenza un disturbo lacerante nel senso di chi guarda,
che porta a vomitare accuse di immoralità, snobismo, disprezzo per lo
spettatore. All'epoca c'è chi ha saputo addirittura ingnorare le tre
interpretazioni principali (MacLachlan, Rossellini, Hopper), praticamente
al culmine delle rispettive filmografie, oppure il gelido ipnotismo
musicale di Angelo Badalamenti. E' brutto rimanere delusi, dopo essersi
affidati alla rassicurante (s)ragione del sogno, nella vana attesa del
pettirosso. Senza afferrare la lucida, ineffabile verità paradigmatica: il
tragico percorso di Frank inizia quando la telecamera penetra l'orecchio
mozzato, e finisce quando la stessa fuoriesce da un altro orecchio, fateci
caso. Fra due orecchie è quindi compreso tutto lo strafottente coraggio
lynchiano, finalmente si afferra l'assunto soffocante che intende
comunicarci: l'incubo è nella testa. Forse.
Voto: 9
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