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Che pasticcio Bridget Jones! |
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Regia: Beeban Kidrom.
Gli interpreti: Renée Zellweger, Colin Firth, Hugh Grant.
Titolo originale: Bridget Jones: the edge of reason.
Anno: 200410892.
Paese: Gran Bretagna.
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Recensito da: Dada
“Che pasticcio Bridget Jones!”…ma non così grosso!
La speranza di un successo pari a quello straordinario ottenuto nel 2001
da “Il diario di Bridget Jones” ha convinto la giornalista e scrittrice
inglese Helen Fielding, ideatrice del fortunato personaggio, a dare in
concessione alla regia di Beeban Kidron il secondo libro pubblicato sulla
single britannica per eccellenza.
Nel cast si riconfermano una esageratamente cicciottella Renée Zellweger,
nel ruolo dell’esilarante protagonista, un affascinante e più disinvolto
Colin Firth, che interpreta l’avvocato Mark Darcy, paziente, precisino,
snob e “leggermente stronzo” (perdonate la licenza rapita testualmente
dalla pellicola!), e il solito inaffidabile playboy Hugh Grant nelle vesti
di Daniel Cleaver, ripresentato come affetto da dipendenza sessuale
incurabile.
I personaggi sono caricati come “macchiette” della storia, letta da un
punto di vista ovviamente femminile. Il sequel propone scene nuove e
inaspettate come un bacio tra donne, telefonate al vivavoce e
dichiarazioni pubbliche molto imbarazzanti, pur mantenendo delle gag già
conosciute (o quasi) dal pubblico del primo film (si noti l’evoluzione di
un fantasioso maglione con pupazzo di neve!). Penso che questo elemento
diverta lo spettatore, il quale può ridere della rivisitazione di alcuni
momenti che spiccavano nel primo film, resi ancora più esilaranti dalla
regia, come la ridicola lotta dei due rivali che si rincorrono goffamente
nella fontana, o come le immancabili mutandone della nonna che in realtà
tutti speravamo di ritrovare. Queste gag già conosciute hanno però offerto
alla critica la possibilità di giudicare “Che pasticcio Bridget Jones!”
una pallida fotocopia del precedente, ma ritengo che questo sia il
commento più comune e pigro da rivolgere ad un seguito cinematografico.
In realtà il pubblico vuole scoprire sempre di più della goffa giornalista
pasticciona ed emotivamente fragile, ma anche alla scoperta degli
imprevisti di coppia, nella quale si riconoscono almeno un po’ la maggior
parte delle single e anche molte partners, a scapito di una sceneggiatura
meno scorrevole e più descrittiva. L’eroina innamorata, combattuta dai
flirt passati, esageratamente poco aggraziata e smisurata nelle sue
esternazioni, autocritica e autoironica come sempre, capace di ridere
delle sue “ciccette ballonzolanti”, è finalmente alle prese con un
fidanzato e ci trascina nella loro storia in alternanza tenera e
romantica, poi appassionante e travolgente, movimentata dalla gelosia,
dall’austerità e dallo snobismo dell’alta classe sociale degli avvocati
inglesi. Il pasticcio di Bridget è di lasciarsi condizionare dalle
apparenze e dalla gelosia per le quali è quasi sul punto di rinunciare al
suo imperfetto fidanzato ma che alla fine riesce a conquistare con un’
inappropriata dichiarazione alla quale segue una richiesta di matrimonio
che ha poco del romantico! L’intera storia ci racconta il vero amore di
chi si accetta completamente e reciprocamente. Il film presenta aspetti
tipicamente inglesi, volutamente ispirati alla produzione della scrittrice
inglese Jane Austen (1775-1817), come voluto già dalla Fielding nella
Bridget Jones dell’Indipendent per il quale dal 1995 la giornalista
inventò il personaggio. La vicenda è romanzata da una regia quasi
fiabesca, dall’inverosimilità di alcuni eventi e dallo sguardo dolce e
tenerone della bella attrice texana, pronta a vertiginosi cambiamenti di
peso per identificarsi nel personaggio che ha il suo volto e non solo!
Sui significati reconditi della storia si potrebbe parlare lungamente ma
mi sento di consigliare al pubblico di godersi questa storia cogliendone l
’effetto complessivo e ridendo istintivamente delle battute talvolta
marcatamente maliziose e delle avventure esilaranti e sfortunate di
Bridget Jones! Buona visione!
Giudizio: buono
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