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Fahrenheit 9/11 |
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Regia: Michael Moore.
Titolo originale: Fahrenheit 9/11.
Durata: 110.
Anno: 2004.
Paese: USA.
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Recensito da: Luca Baroncini
Dopo il successo mondiale di "Bowling a Columbine", sulla irrazionale
diffusione di armi negli Stati Uniti, l'acuto Michael Moore si dedica
a un tema quanto mai spinoso e attuale: il post 11 Settembre. Il suo
documentario, esplicitamente di parte, si prefigge di fare
contro-informazione denunciando i loschi traffici di Bush (George
padre nell'ombra, George figlio sotto i riflettori) e del suo staff
per difendere i propri interessi personali piuttosto che quelli dei
cittadini da cui ha, pardon avrebbe, ricevuto mandato presidenziale.
Il punto di partenza e' infatti la contestata elezione con cui, per
una manciata di discutibili voti, Gore fu sconfitto da Bush. Per poi
passare alla tragedia dell'attentato al World Trade Center e a tutti i
giochi di potere successivi, fino alla politica del terrore costruita
a tavolino per giustificare guerre contro regimi dittatoriali lontani,
tra le cui gravi colpe la piu' cruciale e' il prezioso oro nero da cui
dipendono sempre piu' le sorti del mondo. Il taglio adottato dal Beppe
Grillo d'oltreoceano e', come al solito, caustico e provocatorio. Per
ottenere un consenso e scuotere il pubblico non va per il sottile e
utilizza tutte le possibili sfumature della retorica, ma non si limita
a ipotesi e congetture: raccoglie prove, fornisce testimonianze, dati,
cifre, interviste, documenta con dovizia di particolari la sua rabbia
nei confronti di un uomo dalla cui politica si sente ingannato. La
forza di Moore e' di dare voce a una moltitudine che si sente
schiacciata senza avere l'energia, il coraggio e gli strumenti per
gridare il proprio dissenso. La sua debolezza e' di partire da un
punto di vista gia' dichiaratamente di parte che tende a modellare il
materiale a disposizione sulle sue convinzioni, molto giocato su una
contrapposizione ad effetto che alla lunga perde, non tanto verve,
quanto profondita'. Il linguaggio di Moore e' quello di uno scaltro
conoscitore dei meccanismi spettacolari: diverte quando presenta Bush
e i suoi alleati come se fossero i protagonisti di un "Bonanza"
qualsiasi; sconvolge quando mostra l'11 settembre attraverso gli occhi
atterriti di chi era li' e non poteva fare altro che guardare, tra
l'attonito e il disperato; colpisce quando segue il cammino della
madre di un soldato al fronte, prima acritica nei confronti della
guerra e poi distrutta dal dolore per l'inutile morte del figlio;
indigna quando fa capire come le forze reclutate per combattere
provengano in maggior parte dalle classi sociali piu' disagiate, ai
margini del sistema; agghiaccia con il cinismo delle dichiarazioni dei
giovani e spavaldi soldati, carichissimi per gli imminenti scontri a
fuoco. Moore lancia tante frecce, apre tante parentesi, attraverso una
narrazione che si fa via via piu' complessa e non sempre lineare (i
legami tra Bin Laden e il clan Bush non sono poi chiarissimi) e il
risultato e' meno sofisticato rispetto al precedente "Bowling a
Columbine", che godeva anche di qualche bella idea in grado di
coniugare forma e sostanza (le connivenze americane sulle note di
"What a wonderful world", oppure il bellissimo cartone animato
sull'atavica paura, tutta americana, dell'"altro"). In ogni caso il
suo e' un cinema forte e necessario, che, come ha sottolineato Quentin
Tarantino consegnandogli la Palma d'Oro a Cannes, "scatena passioni".
Tra i pregi, anche quello di sdoganare il documentario, in genere
distribuito poco e male e raramente incluso tra le possibili forme di
intrattenimento. E poi, chissa', in un paese in cui il terrore entra
nelle case attraverso le televisioni, la storia viene riscritta dai
kolossal cinematografici ("Troy" l'ultimo arrivato) e dove gli attori
finiscono per governare stati o nazioni (da Ronald Reagan ad Arnold
Schwarzenegger), c'č caso che un film possa arrivare a influenzare
l'opinione pubblica pių di mille comizi o strategie di marketing.
Ai seggi l'ardua sentenza.
GLI SPIETATI - www.spietati.it
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