La passione di Cristo

 
 

Regia: Mel Gibson.
Gli interpreti: James Caviezel, Maia Morgenstern, Monica Bellucci, Ivano Marescotti, Rosalinda Celentano, Claudia Gerini, Sergio Rubini.
Titolo originale: The passion of the Christ.
Durata: 130.
Anno: 2003.
Paese: USA/Italia.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Immaginiamo una favola a tutti nota raccontata da uno zio ubriaco, che anziche' anelare all'essenza si perde nei dettagli piu' raccapriccianti, per stupire e sconvolgere. Ecco, il Vangelo secondo Mel Gibson si puo' riassumere cosi': una versione horror e grottesca della passione di Cristo. La visione del regista e' sicuramente originale e molto personale, quindi coraggiosa e indubbiamente rispettabile, ma questo non fa di "The Passion" un bel film. Anzi, tutt'altro. Pompato a dismisura dalla gigantesca macchina del marketing, sembra il delirio di un integralista religioso che fa del cattivo gusto il suo mentore espressivo. Tutte gratuite e finalizzate alla promozione le polemiche e il gran parlare intorno al film, che trova un motivo per essere visto unicamente nel tentativo di capire l'entita' del fenomemo. Ed e' incredibile il riscontro conseguito, con tutta probabilita' impensabile anche per lo stesso Gibson, perche' sulla carta (e nei fatti) il progetto appare fallimentare sotto ogni punto di vista. L'originalita' sta nella scelta linguistica (aramaico e latino con sottotitoli) e nel compiacimento attraverso cui nulla ci viene risparmiato del calvario di Cristo, ma su tutto grava il peso non indifferente del cattivo gusto e della superficialita'. Personaggi macchiettistici (un Barabba che pare Bombolo redivivo; i flagellatori romani, sopra le righe anche per un docu-fiction sull'uomo di Neanderthal) e scelte di regia grossolane, fatte di ridondanti ralenty (srotolato il film durerebbe una mezz'ora), inespressivi e plastici primi piani che suonano irrimediabilmente falsi, inutili momenti didascalici (Maria chinata stringe la terra tra le mani chiuse a pugno per poi alzarsi e aprirle di scatto, roba da teatrino parrocchiale o telenovela brasiliana), simbolismi d'accatto (Satana, ma che c'azzecca?), flashback infantili, virate trash (le visioni allucinogene di Giuda, il corvaccio che toglie l'occhio al ladrone, il piccolo mostro ciribiribikodak in braccio a Satana) e un'enfasi retorica a sottolineare, ce ne fosse bisogno, ogni gesto e battuta di dialogo. La violenza e' il fulcro della messa in scena e viene sostanziata di dettagli morbosi, facendo leva sul voyeur che alberga in ogni spettatore e dando scaltramente l'idea che all'eccesso di crudelta' corrisponda un maggiore rigore storico. Come se finalmente qualcuno fosse in grado di spiegare COME SONO ANDATI "REALMENTE" I FATTI senza tante censure per addolcirli, quando, invece, per un cristiano, cio' che importa non e' tanto come Cristo sia morto, ma il fatto che sia morto per poi risorgere e salvare l'uomo. Invece la visione personale di Gibson prevede una diretta proporzionalita' tra i litri di sangue versati e la possibilita' di redenzione. Solo se soffri come un cane avrai la vita eterna. Ma la ricerca di verita', ad esempio attraverso la peculiare scelta linguistica, cozza con l'impianto retorico della messa in scena e con l'afflato epico del commento sonoro. Non e', per assurdo, soffermandoci sul doloroso parto di Maria ancora vergine, con impressionanti dettagli genitali evidenziati da potenti stacchi musicali, che potremmo capire il suo non facile compito e dedurre COME SONO ANDATI "REALMENTE" I FATTI.
Come dire, alcune informazioni hanno valore aggiunto, altre no e quelle a cui si attacca Gibson rientrano in quest'ultima categoria. Emotivamente gelido, nonostante gli affondi di regia, il film manca quindi totalmente di grazia e spiritualita', riducendo la figura di Cristo a quella di un supereroe privato dei super-poteri, che, dopo atroci sofferenze, cade e si rialza come un Terminator qualsiasi. E' proprio l'umanita' di Cristo che non arriva, prigioniera di una maschera di sangue che cela una forza fisica sovrumana (chiunque, dopo un paio di vergate come quelle mostrate, sarebbe dichiarato clinicamente morto), e non lascia trasparire alcun carisma, nessun messaggio d'amore. Gli attori si impegnano, ma spesso la loro resa espressiva e' condizionata dall'inefficacia della messa in scena. Jim Caviezel ha le phisique du Christ, ma e' poco piu' di un Muppet.
Monica Bellucci continua a darsi da fare rispetto agli esordi, ma (sempre escludendo la parentesi mucciniana) continua a non brillare per espressivita'. In ogni caso non e' tutta colpa sua. Dopo i clamori e lo shock, ovvi data la delicatezza del tema e le diverse sensibilita' attraverso cui puo' essere interpretato, sara' il tempo a dare il giusto metro di valutazione del film. Restera' nella storia del cinema per gli incassi stratosferici, ma nel ricordo verra' probabilmente riconsiderato fino a raggiungere la dimensione che piu' gli si confa': quella di autentico "scult".
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