Le chiavi di casa

 
 

Regia: Gianni Amelio.
Gli interpreti: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino.
Titolo originale: Le chiavi di ca.
Durata: 105.
Anno: 2004.
Paese: Italia, Francia, Germania.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Dato fin da prima dell'inizio del Festival di Venezia come favorito alla vittoria, il nuovo film di Gianni Amelio e' invece rimasto a bocca asciutta, lasciando RaiCinema nello sconforto (quest'anno, per fortuna, nessuna imbarazzante dichiarazione da parte dell'amministratore delegato). A giochi ormai fatti, e facendo i complimenti alla giuria per la capacita' di non lasciarsi condizionare da chi pensa al cinema come potere e non come arte, un interrogativo sorge spontaneo: doveva vincere? Beh, inutile nascondere che "Le chiavi di casa" delude parecchio le aspettative. Sia tecnicamente, perché non è ammissibile che si debba ricorrere ai sottotitoli in inglese per riuscire a capire i dialoghi dei personaggi, ma anche per il taglio impresso da Amelio al racconto. Possibile che al cinema il disabile sia sempre simpatico, gioioso, tenace, vitale e abbia tante cose da insegnare? Attenzione, perché non significa che sia vero il contrario, ma solo che una visione edificante e a senso unico rischia di togliere dignità all'handicap, mostrando una realtà edulcorata a puri fini cinematografici. Il film di Amelio gode per fortuna di interessanti sfumature, ma il rapporto tra il quindicenne Paolo e il padre che non ha mai conosciuto, pecca di qualche schematismo di troppo e non convince fino in fondo. A essere poco credibile non e' tanto il giovane Andrea Rossi, quanto il personaggio del padre, per tutto il film troppo positivo e accomodante (non certo plausibile l'idea di buttare a mare la stampella, cosi' come il semplicismo della telefonata finale alla moglie). Kim Rossi Stuart lo interpreta con sensibilita', a parte l'occhio fisso e lo sguardo attonito con cui reagisce alla fuga del figlio dalla palestra. La madre di una disabile, interpretata da Charlotte Rampling, pare invece avere la didascalia del riempitivo. Irritante la sequenza in cui legge e consiglia il libro "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia, fonte di ispirazione della pellicola. La sceneggiatura e' molto attenta a evitare qualsiasi spettacolarizzazione del dolore, anche se per forza di cose risulta un po' ricattatoria (le cure mediche, le estenuanti camminate imposte dalla durissima dottoressa). Solo verso la fine, quando la disperata presa di coscienza del padre prende consistenza, il film sembra poter cominciare a dire qualche cosa che esca dal luogo comune. Inutile dire che e' troppo tardi e l'embrione di un'emozione arriva dopo i titoli di coda.
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