Non ti muovere

 
 

Regia: Sergio Castellito.
Gli interpreti: Sergio Castellito, Penélope Cruz, Claudia Gerini, Angela Finocchiaro.
Titolo originale: Non ti muovere.
Durata: 125.
Anno: 2003.
Paese: Italia.

 
 
 
  Recensito da: Luca Baroncini
Quando si e' bambini capita che alla vista di parenti o conoscenti la mamma cominci con insistenza a squittire "Dai! Fai un sorriso! Eh su! Forza! Non ti far desidare!". Ecco, il film di Castellitto, dall'omonimo successo letterario di Margaret Mazzantini, pungola lo spettatore con una dinamica non troppo dissimile: "Piangi! Dai! Spremi quelle lacrime!". Purtroppo, pero', la messa in scena di situazioni al limite dello strazio non produce l'effetto cosi' meccanicamente ricercato. Non basta, infatti, seguire fedelmente un romanzo (la Mazzantini e' anche co-sceneggiatrice) per trasmetterne la suggestione. Cio' che funziona tra le pieghe di un libro non e' detto che funzioni sul grande schermo, dove l'esposizione deve tendere a un delicato equilibrio per poter affrontare e superare l'infrangersi dell'immaginario di ciascun lettore. Ma anche prescindendo dal testo di origine, e' proprio l'opera cinematografica in autonomia a non convincere. Nonostante infatti le buone prove recitative dei tre interpreti principali (Cruz, Castellitto, Gerini) e il tentativo di imprimere personalita' al racconto con punti di vista ricercati e inquadrature originali, il film non decolla mai: affianca situazioni prevedibili (lo spettatore e' sempre in grado di anticipare le svolte drammatiche e quando non accade le coincidenze paiono forzate), crea contrapposizioni forti, ma deboli nella loro scontatezza (nascite e morti variamente intrecciate, ricchezza e poverta', candore e grettezza, citta' e periferia, apparenza e intimita', violenza e amore), eccede in simbologie (l'amplesso doloroso sulle conchiglie) e, soprattutto nella parte finale, insegue il facile effetto, perdendosi in tante (troppe!) scene madri dal limitato impatto emotivo. Causa principale, il peso dell'enfasi melodrammatica, l'impeto didascalico con cui ogni sequenza contiene i sottotitoli del dolore. Anche le virate surreali (la scritta sulla spiaggia, il dialogo con la dirimpettaia) e le scelte musicali ardite (Toto Cutugno e gli Europe in primis), pur apprezzabili concettualmente, finiscono per assumere toni grotteschi e stridenti. Cio' di cui si sente maggiormente la mancanza e' quindi la capacita' di unire i singoli elementi con armonia, un senso della misura in grado di mantenere costante la tensione nei confronti dei personaggi e del loro destino. Invece il progetto, studiato a tavolino per scuotere, finisce per poggiarsi esclusivamente sulla resa espressiva degli attori. Per un po' si sta al gioco, poi si cede al tedio, e dei protagonisti e della loro infelicita' si finisce per infischiarsene.
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